Zanarkand.
Era lì, davanti ai suoi occhi.
Una città maestosa, piena di vita nonostante l’ora tarda.
Lui la conosceva già … ma nel suo mondo era diversa.
Il Peccato generato da quella vita della città , da quel cuore pulsante di civiltà , aveva distrutto tutto.
Qui, invece, i grattacieli erano illuminati giorno e notte.
I cartelloni pubblicitari erano una festa di colori.
Cascate d’acqua vera scendevano dai grattacieli grazie alla tecnologia che gli abitanti avevano dominato come viva.
Sarebbe stata quella stessa tecnologia a distruggerla, certo.
Ma ora era viva.
Il porto era pieno di navi a più piani e di piccole barche attrezzate a villette.
Bussò ad una di queste, seguendo quelle indicazioni che Jecht gli aveva dato prima di morire.
Si ricompose il lungo cappotto rosso e cercò di nascondere il vistoso taglio che gli correva lungo l’occhio destro sciogliendo in parte il lungo codino.
Dopo poco, venne ad aprire una donna dall’espressione triste.
La moglie di Jecht, probabilmente.
Parlarono brevemente, poi la donna scoppiò a piangere e lui dovette sorreggerla e accompagnarla al divano.
Cercò di consolarla, per quanto poteva.
Intanto, da un angolo, un bambino li fissava.
Il ragazzo gli restituì lo sguardo.
–Conoscevi davvero mio padre?– chiese il bambino.
–Mi ha mandato lui. Non tornerà , ma non piangere. Ci sarò io– rispose incerto.
Il bambino sorrise.
Non era un sorriso tirato.
Era spontaneo, vero.
–Non piangerò. Io lo odio.
Stupito da quella affermazione, il ragazzo quasi non si accorse che il peso della donna tra le sue braccia diveniva più forte.
Era svenuta.
La sostenne per impedirle di cadere, poi la prese in braccio e la portò in camera, adagiandola sul letto.
Il bambino continuava a fissarli.
–Non sta bene, vero?– disse.
–No, cosa dici? È solo… stanca…
–Fa così da quando papà è scomparso. È triste perché lo ama. Io non vedevo l’ora che lui se ne andasse per restare solo con lei… ma così lei sta solo male.
Il ragazzo gli si avvicinò.
–Come ti chiami?– gli chiese.
–Tidus.
–Io sono Auron.
–Piacere– disse il bambino alzando le spalle.
–Sei strano.
–Anche tu.
Auron prese per mano il bambino e si fece condurre nella sua cameretta.
Rimase con lui per tutta la notte, osservando i numerosi pupazzetti di blitzer e la grande palla bianca e azzurra che il piccolo teneva accanto al letto.