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Un fiore ~ By Alexiel
Final Fantasy VII - PG-13 - Introspettivo + Sentimentale - One-shot - COMPLETA - Pubblicato: 24/3/12 - Aggiornato: 24/3/12
ID Fanfiction: 2241 - Commenti: 0
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Un fiore

 

 

Se c’è un posto in cui non cambia mai nulla, sono gli Slums, pensa Aeris. Il clima è sempre lo stesso, mai piovoso o variabile: perennemente sereno, artificiale quanto le pareti d’acciaio dipinte di blu che coprono il cielo vero, ed il sole vero. Non c’è una reale divisione tra il giorno e la notte: i fari non si spengono mai, non nascondono pietosamente le case fatte di lamiera, o i mucchi di rifiuti raccolti sui bordi delle strade. Tutto è fastidiosamente giallo, giallo come il volto di una persona affetta da un morbo virale. Ed in effetti la gente che vive qui sembra malata, non al punto di morire ma nella fase peggiore, quella in cui si vomita di continuo e si desidera solo che tutto finisca. La luce gialla abbruttisce tutti.

 

Migdar è l’unica città dove godere della luce del sole e l’azzurro del cielo non è un diritto, ma un sogno impossibile.

 

Sembra che in tutto negli Slums ci sia qualcosa di sbagliato, come se in qualche vicolo buio si compiessero ogni giorno ad ogni ora atti illeciti. La criminalità qui è un concetto relativo: persino la bambina più graziosa è disposta ad allungare la manina su un portafoglio sporgente dalla tasca di un pensionato, se questo significa aiutare i suoi genitori ad arrivare alla fine del mese. Per non parlare poi di chi ha fatto dell’illegalità il proprio mestiere: le prostitute sono state tutte raccolte dai marciapiedi per essere messe in case chiuse, gestite da papponi senza molti scrupoli. C’è chi ha la buona grazia di nascondere la sporcizia sotto il tappeto, e Don Corneo è uno di questi: il suo club, l’Honey Bee Inn. è il più prestigioso club nei settori 5, 6 e 7, ma tutti sanno il genere di attività che si pratica la dentro.

 

Quando si vive in posti come questo, è molto più difficile vivere con un’attività in proprio. Non è affatto raro che i commercianti facciano affari con tipi ben poco raccomandabili, commerciando sostanze illegali mai buone quanto quelle dei ricconi che vivono su ai piani alti. Per essi gli Slums sono come un porto navale: vi si scaricano rifiuti, ma sono anche la stazione di partenza per merce illegale, come cocaina ed alcolici.

 

Aeris si guarda attorno in cerca di potenziali acquirenti. Il suo obbiettivo è quello di riuscire a vendere tutti i fiori che ha nella cesta, o sarà costretta a gettarli. Non è tanto un problema di spreco: la chiesa dove li coltiva ne è piena. Sarebbe un peccato però buttare così un dono della natura, soprattutto in una città dove i pochi steli d’erba esistenti sono finti. Inoltre, in qualche modo lei e sua madre devono pur mangiare. Ha cominciato quell’attività due anni prima quasi per caso, desiderando portare anche lei qualche soldo in casa. Le sono sempre successe accanto cose fuori dall’ordinario, come quella volta che ha piantato per gioco un seme nel cortile di casa, per poi tornare e fissare sbalordita un alberello il giorno dopo. Pur nella mancanza del sole, nel terreno inquinato… da quel momento ha capito di avere un dono.

 

Pensa improvvisamente alle notti in cui ogni tanto si sveglia sudata e tremante, con il cuore che sembra esploderle dalla cassa toracica e le urla agonizzanti del pianeta nella testa, un brusio di voci talmente forte ed inestinguibile che ogni volta che le succede le sembra d’impazzire.

 

Non tutte le eredità sono ben accette.

 

La sua camminata è sicura, ma la sua schiena è attraversata da un brivido freddo. Non ora, pensa. Ho un lavoro da fare. E comunque la mia vita è bella, bellissima.

 

E lo pensa davvero. Sa che nei recessi più reconditi della sua mente si sente diversa, troppo per essere come gli altri. Ma ciò non le ha impedito d’integrarsi, di trovare il lato positivo di ogni cosa. E’ fermamente convinta che non valga la pena rimuginare tristemente sul passato, anche se ne intuisce l’importanza. Esso è la storia di ciascun individuo, un testamento non scritto che passa di padre in figlio all’infinito, vivendo così per l’eternità.

 

 

La sua storia è scritta in due atti distinti, uno che riguarda le sue origini e l’altro la sua vita a Migdar. Passato e presente: cosa scegliere tra l’eredità dei Cetra ed una vita normale, sebbene negli Slums più malfamati di una città inquinata?

 

Senza nemmeno pensarsi, Aeris ha scelto il presente.

 

Oggi purtroppo la sua cesta è ancora piena. Prova a dirigersi alla stazione. Forse qualche turista –ma chi vorrebbe mai venire in questa città? -, magari una signora attempata o un fioraio vorrà comprare un suo fiore.

 

-Fiori, signori! Vendo gli unici veri fiori a Migdar! Di tutti i colori e di tutti i tipi! Le piacciono i fiori, signora…?

 

-Ehi, bella! 50 gil se mi fai fare un giro! Allora? Ehi…!

 

Un uomo prova ad abbordarla. Le sue sopracciglia si aggrottano pericolosamente. Vorrebbe dirgli qualcosa, ma si allontana. Sa bene che è inutile discutere con certi tipi. Essere carine e giovani è più un peso che un vanto, se vivi in posti come gli Slums. Aeris non tiene nemmeno il conto del numero delle brutte esperienze da cui è riuscita a scappare con astuzia ed un pizzico di fortuna.

 

Continua a guardarsi intorno, un po’ scoraggiata. A nessuno oggi interessano i fiori.

 

-Li vende quei fiori? Ne vorrei uno.

 

E’ come se il suo desiderio di vivere fosse improvvisamente interrotto da quella voce bassa e sensuale, che le causa un nuovo brivido gelido. Va tutto bene, si auto rassicura. Le premonizioni del passato che le sono arrivate dal pianeta non si sono ancora congiunte con il presente. Non ancora.

 

Stai in guardia dall’uomo dai capelli d’argento…


Il suo cuore si blocca per un momento in una dolorosa, penosa contrazione. Poi si riprende, come se non fosse accaduto nulla. Aeris si volta verso il suo futuro carnefice.

 

Capelli d’argento.


Occhi verdi.


Spada tagliente.


Sephiroth.


Lui è lì, perfetto e superbo come appare in televisione e sui giornali. I suoi capelli sono così belli, del colore che assumono le cose di notte, sotto il cielo stellato. Bagliore lunare, pensa sbalordita Aeris, non senza una una dose d’ammirazione. Ed in effetti sembra che sia venuto dalle stelle, perché un uomo così bello non può essere vero, con quella chioma eccezionale che sembra racchiudere in se tutte le costellazioni, brillanti anche sotto i riflettori degli Slums, alla loro luce malata e giallastra. I suoi occhi sono belli e terribili: verdi, verdi quanto il Lifestream stesso, ma taglienti come le pupille da gatto che la soppesano clinici, come un felino che osserva i tentativi di fuga di un topo; qualcosa di infima importanza. Troppo strano e diverso per essere completamente umano. Un alieno? No. E’ più simile ad un dio.

 

Jenova…?


Stai in guardia.


Il volto di Aeris è una maschera imperturbabile di gentilezza.

 

-Si… certo! Sono l’unica, qui in città. Scelga… scelga quello che preferisce.

 

La sua bocca è secca. Che quell’uomo le abbia lanciato un incantesimo? Per la prima volta, sotto il suo sguardo indagatore non riesce a sorridere con naturalezza, persino ad essere felice. Si sente… nuda assieme a lui. Come se conoscesse ogni suo più intimo segreto, anche quelli più infidi.

 

Come le decine e decine d’iniezioni che facevano a lei e sua madre prima di scappare dai laboratori.

 

Le lunghe ore passate da sola nella sua gabbia di vetro, cantando filastrocche Cetra per sentirsi meno sola, mentre gli uomini in camice appuntavano sui loro taccuini ogni sua mossa, o cambiamento d’umore.

 

Le lunghi notti insonni ad urlare a squarciagola che voleva la sua mamma, finchè qualcuno esasperato non le dava un tranquillante.

 

Eppure, per quanto l’avviso dei suoi antenati la paralizzi con brividi di terrore per il suo messaggio di morte, è come se la sua energia, la calma apparente di colui che le sta davanti le dica di non sforzarsi a mantenere le apparenze di serenità, di spogliarsi di ogni sua illusione. Come se anche lui avesse dei segreti. Forse un passato triste come il suo.

 

La sua spada ti trafiggerà.


Morirai per il pianeta.


Non le importa. Oggi il suo destino non si è ancora compiuto; oggi, un giorno come tutti gli altri venderà un fiore al suo cliente, chiunque esso sia.

 

Sephiroth inclina la testa di lato, un sopracciglio elegantemente alzato mentre osserva la cesta che gli viene sporta. E’ meraviglioso, pensa Aeris prima di darsi della stupida. I suoi muscoli facciano si contraggono faticosamente in un sorriso, mentre l’uomo che di lì a qualche anno la ucciderà la osserva come se avesse intuito qualcosa, o captato un filo di pensiero e stia cercando di rintracciarlo.

 

-Se posso darti un suggerimento…- le parole perdono la loro ferruginosità, mentre senza rendersene nemmeno conto diventa più naturale, più se stessa -…a me piace molto il gelsomino rosso. Sono piuttosto rari, anche nella zona dove li coltivo. Qui a Migdar non ci sono molti fiori, purtroppo…

 

Sephiroth la ascolta in silenzio finchè non ha finito. L’ombra di un sorriso si disegna sulle sue labbra perfette, come se avesse intuito qualcosa che sa solo lui, e che tuttavia non svelerà mai al resto del mondo. Sembra che la sua bocca sia fatta per alludere. Qualcos’altro che lo rende diverso – qualcosa che lo rende meno umano.

 

E’ meraviglioso e terrificante.

 

Stai attenta.


Senza dire una parola afferra dalla cesta il gelsomino, mettendole sulla mano un gil. Il suo sguardo è tutto concentrato sul fiore, come se fosse l’unica cosa che lo tiene ancora ancorato al regno dei mortali. Poi nei suoi occhi si riflette una strana emozione, si sofferma su di lei, sui suoi occhi smeraldini, ed Aeris capisce. Sephiroth sa. Solo in una parte ancora più profonda del suo inconscio, lì dove la bestia Jenova si stira e si tende agitata in attesa di essere liberata… ma sa.

 

I loro destini sono legati a causa delle loro radici, nemici antichi quasi quanto la nascita del pianeta stesso. Eppure c’è magnetismo, questa smania di Aeris di conoscerlo, di toccarlo per capire quanto ancora sia legato al regno dei vivi, se è veramente umano – dietro il suo volto di granito c’è molto più di quello che appare, questo è sicuro.

 

Si volta, se ne va. Aeris si accorge solo ora che ha trattenuto il respiro per un tempo apparentemente infinito, con il cuore martellante in petto come una macchina antica che fa girare il mondo; in attesa di qualcosa.

 

Stai attenta…


-Qual è il tuo nome?

 

Non ‘come ti chiami’, o ‘piacere, posso sapere il tuo nome?’, no. Sebbene sia temperato dalla gentilezza – ma davvero può essere accostato alla gentilezza, lui? Ad un termine che rimanda alla pace ed alla tranquillità?-, è un ordine, l’urlo di battaglia del generale che manda le sue truppe al massacro, il tono di un uomo abituato a farsi ascoltare, sempre e comunque.

 

Però, però… c’è anche una nota di curiosità nella sua voce. La parte più istintiva di Aeris, quella maggiormente connessa al Pianeta si tende, in ascolta. Se prima era una congettura, ora è quasi una certezza. Può la parte più primitiva ed aliena dell’uomo aver percepito la sua antica nemica, celata dentro un’innocua ragazzina che vende fiori nei quartieri più malfamati di Migdar per sopravvivere?

 

Ovviamente senza che queste sensazioni siano razionali, e che siano non solo inconsce, ma se possibile ancor più profonde.

 

Altrimenti le avrebbe piantato la spada nell’addome già da un pezzo.

 

-Mi chiamo Aeris… Aeris Gainsborough. Immagino che tu non abbia bisogno di presentazioni. So chi sei.

 

So chi sei. E c’è quel momento, quel lungo momento in cui si guardano negli occhi, verde smeraldino della terra che si mescola col verde del lifestream, pupille verticali e taglienti come una lama nella carne. I nemici si riconoscono. O forse no?

 

Il momento di tensione svanisce. L’uomo si porta un ‘ultima volta il fiore al viso, chiudendo per un momento gli occhi mentre ne aspira estatico il profumo. Poi se ne va, senza guardarsi indietro.

 

Aeris lo osserva stringendosi la cesta al petto, una mano sul cuore. Spera e prega per l’ennesima volta che gli avvertimenti del pianeta non siano reali. Spera di non rivedere mai più quell’uomo. Spera che il suo sguardo non la trapassi di nuovo come se fosse trasparente, causandole una sensazione spiacevole mista ad altre percezioni vaghe e strane, a brividi che possono essere sia di piacere che di paura.

 

Con un senso di rassegnazione, sa già che nessuna delle sue speranze verranno ascoltate.

 

---

 

Sephiroth torna da lei più e più volte, ma non per lei. Per i fiori. Ed anche perché, sebbene non lo dica, la chiesa di Aeris è un paradiso di tranquillità, un angolo di pace lì dove nella sua vita non c’è e non ci sarà mai. La ragazza ha riflettuto su questo più di una volta, mentre si svegliava boccheggiante da strani sogni inquietanti dove udiva il brusio caotico del Lifestream ed occhi verdi da gatto la osservavano sornioni, in un’atmosfera vagamente erotica che le ha messo addosso una certa inquietudine.

 

Non ci sarà mai niente tra di loro. Lui di certo non lascia spazio a congetture – è venuto solo per i fiori, per stare più a contatto con la natura, e forse per ritrovare se stesso. Questo Aeris non lo saprà mai bene.

 

Aeris è giunta alla conclusione che entrambi sono come due falene di una specie rara, totalmente diversa dalle altre. Una vive di giorno, ricoprendo con colori vivaci le sue ali per mimetizzarsi tra le farfalle, fingendo di amare i fiori come loro, finendo poi per apprezzarli. Ode il richiamo disperato della notte, ma finge di non ascoltarlo; eppure sa che prima o poi il sole tramonterà.

 

L’altra non ha bisogno di nascondersi. Orgogliosa della sua bellezza vive nel cuore più oscuro nella notte, facendo parlare di sé. Nessuna farfalla può avere le ali belle come le sue, o la sua stessa grazia e bellezza. Eppure vola da sola.

 

Sephiroth non ha ancora capito di essere attratto dalle luci forti. Non ha ancora capito qual è il suo incubo più grande – o meglio; non l’ha ancora capito consciamente. Lo percepisce chiaramente ogni volta che si guarda allo specchio. La sua parte razionale nega tutto -, ma nel giro di qualche anno capirà. La verità sarà troppo grande per lui… Avvicinandosi troppo alla luce, brucerà come la creatura infernale che è – assieme ai suoi sentimenti, che verranno eclissati dall’odio e dalla rabbia. Tantissima, fredda, distruttiva rabbia. Aeris si riscuote da un brivido, rendendosi conto di aver smesso da molto di travasare un fiore di calendula. A volte i suoi antenati possono essere molti incoerenti: possono rifornirla d’informazioni agghiaccianti – costringendola ad andare in giro con delle occhiaie impressionanti perché la notte non ha chiuso occhio -, oppure lasciarla priva d’informazioni anche vitali, lasciandola a tormentarsi quando è sola nel suo letto.

 

L’unica cosa che vorrebbe è solo che per una buona volta la lasciassero in pace.

 

Ma non può, sa che è impossibile. E’ nella sua natura, scritto nei suoi geni – si porterà questo fardello sulle spalle fino al resto dei giorni, anche se non perderà tempo a piangersi addosso.

 

Eppure a volte è così stanca…

 

-Nemmeno io guardo i nemici con tale appassionata ostilità.

 

Ci manca poco che Aeris sobbalzi, ma si rende conto che ha ragione. Sephiroth è sdraiato poco lontano da lei sopra un manto di erba verde, in un contrasto forte ma armonioso con la sua uniforme nera ed i suoi capelli. I suoi occhi brillano ironici e vagamente divertiti; le palpebre un po’ abbassate hanno permesso alle pupille da rettile di dilatarsi, facendole sembrare quasi normali. Quasi. Le sue labbra sono leggermente piegate all’insù, ma è chiaro che la chiave di lettura dei suoi pensieri è il suo sguardo, la cosa che Aeris teme di più. Da cui è attratta di più.

 

Sephiroth non ha ancora capito di essere una falena, ma lei ha capito di essere terribilmente vicina alla luce. Ancora un po’, solo un po’, e le sue ali colorate bruceranno in una lenta agonia, e lei brucerà – ma all’inferno, mentre vi cadrà per raggiungerlo.

 

Ma non oggi. Non. Oggi.

 

Ti ucciderà.


Stai attenta.


Aeris non da più ascolto alle voci del pianeta.

 

-Stavo solo… pensando.

 

Una pausa.

 

-Sephiroth. – volta la testa verso di lui, la treccia che le accarezza la schiena. Lui non ha mai smesso di osservarla, silenzioso ma attento, come un predatore in agguato. Si rende conto che non riesce a sostenere quello sguardo, quindi torna a travasare i suoi fiori, come se nulla fosse. –Toglimi una curiosità. Le voci che circolano su quello che facevi nel Wutai, sono vere?

 

-Si.

 

Aeris vorrebbe chiedergli tante altre cose. Ad esempio che cosa prova ogni volta che infila la spada nel corpo di una persona, o se abbia mai avuto ripensamenti sulle sue azioni. Lui potrebbe non rispondergli – le sue occhiate taglienti sono un monito sufficiente, senza che sia necessario che apra bocca -, ma fa un tentativo.

 

-Che cosa provi quando uccidi un uomo?

 

Sephiroth la guarda con un certo fastidio ed una punta di disprezzo, ma è solo un attimo. Poi in tono neutro le risponde:

-Se si tratta di un avversario degno- Aeris percepisce una nota di sarcasmo – che si batta onorevolmente e mi mostri la sua forza, allora ha il mio rispetto. Se non rientra in nessuno di questi due casi – scrolla leggermente le spalle -, è solo lavoro. La morte è una costante nel ciclo vitale. Non la temo ne la desidero, ma la accetto perché c’è.

 

-Quindi mi uccideresti? Se te l’ordinassero… lo faresti?

 

-No.

 

-Perché no?

 

-Perché sei una civile. Non perché sei una donna, o perché potresti piacermi; oppure perché hai dei bei fiori – di nuovo quella luce ironica nei occhi verdi -, ma perché non ha mai maneggiato un’arma, e non sapresti come difenderti. Non sarebbe un atto… glorioso. Non c’è mai gloria in queste cose. Non c’è gloria nella morte.

 

Aeris lo guarda per un momento, incerta se ha capito bene o meno. Che sia davvero… una nota di auto-disprezzo quella che ha appena sentito? Ma è solo un’impressione. Non potrà mai esserne sicura.

 

Passano silenziosamente alcuni minuti, senza che nessuno dei due parli. Lei continua a prendersi cura dei suoi fiori, dandogli un po’ d’acqua appena ha finito di travasarli tutti quanti. Sephiroth giace sereno sopra l’erba, con un raggio di sole che gli cade sui capelli, luccicanti come argento liquido. Sembra che stia dormendo, ma Aeris sa che è vigile.

 

-Perché proprio qui?

 

La ragazza interrompe il suo lavoro, guardando curiosa l’uomo. Perché qui… cosa?

 

Sephiroth fa un gesto con la mano, indicando il manto floreale che gli sta davanti. – I fiori. Le piante hanno bisogno della luce del sole per sopravvivere, e di terra fertile. Qui a Migdar nessuna di queste cose è presente. Eppure qui crescono. Deve esserci una differenza tra il suolo di questa chiesa ed il resto della città. Ma quale?

 

Aeris scuote la testa. – Se ti dicessi che è suolo consacrato non la considereresti una risposta valida. Ho sempre avuto fortuna coi fiori, o talento se preferisci. Con me, semplicemente… crescono. Credo che sia un dono del pianeta.

 

Sephiroth la guarda per un momento in modo imperscrutabile, poi annuisce e chiude gli occhi.

 

Aeris pensa che sono entrambi dei maestri, ma in ambiti differenti. Lei cresce i fiori, è a contatto con la natura, e quindi con la vita stessa; ma è attratta della morte. Altrimenti non ci sarebbe quel magnetismo che sente quando è con lui, quell’attrazione viscerale verso quel baratro nero che è il suo futuro, intravisibile nelle sue pupille da gatto. In qualche modo sa che anche lui la sente, o non sarebbe tornato a cercarla.

 

Se lei è maestra della vita, lui lo è della morte. Ciò è chiaro anche se non si è in parte Cetra: tutto di lui trasuda questa sicurezza, dal suo modo di vestire al suo corpo atletico, una macchina di distruzione. Il soldato perfetto, l’eroe della Shinra. Quello che attraverso le cover delle riviste ti comunica la sua superiorità all’uomo, l’indifferenza verso di esso. Un gatto che gioca con tanti topolini.

 

Eppure, dal vivo è un altro discorso. Aeris intuisce di essere l’unica vera persona al mondo ad aver visto altro. Sephiroth è solo. E’ un guerriero temibile, ma non è un mostro. Non da assolutamente alcuna importanza alla morale, ma ha un codice d’onore. E’ intelligentissimo, consapevole di essere il migliore nel suo campo e non ne fa segreto, eppure la invidia perché lei non sa cosa significa ritrovarsi nel mezzo di una battaglia.

 

Non sorride mai, ma i suoi occhi s’illuminano.

 

Ha senso dell’umorismo, sebbene crudo.

 

Ogni tanto, nel suo sguardo si dipinge la tristezza.

 

Ma soprattutto, a Sephiroth piacciono i fiori.

 

 

---

 

 

Le sue mani scendono incerte sul viso dell’uomo sdraiato accanto a lei, tremanti di desiderio e d’attesa. Ha gli occhi chiusi, ma la ragazza sa che è sveglio; potrebbe afferrarle i polsi in qualsiasi i momento, e con la forza che ha basterebbe una leggera pressione per spezzarglieli. Ma il suo desiderio di toccarlo è più forte della paura e dell’aspettativa del dolore, quindi l’operazione va avanti. Il suo cuore sembra un uccellino impazzito, intrappolato nella sua gabbia toracica troppo piccola. L’uomo è immobile, forse in attesa.


Finalmente le sue mani dolci gli accarezzano la pelle, il tocco di una piuma sulla seta. La ragazza ammira la sua assenza d’imperfezioni, prova la meravigliosa sensazione di poter seguire con le dita i suoi lineamenti, ammirati per così tanto tempo da lontano. L’uomo sospira di piacere, muovendo la testa in modo che sia in maggior contatto con le mani, con il loro calore. Le dita gli sfiorano la fronte liberandola dai ciuffi, per poi passare alle palpebre, gli zigomi. Un polpastrello segue la linea dritta del naso, per poi disegnare la curva della mandibola ben disegnata. Infine la ragazza sfiora con un dito incerto le sue labbra, accorgendosi solo vagamente di tremare di desiderio.


Non importa, pensa mentre avvicina la testa alla sua. Ora o mai più.

 

L’uomo apre gli occhi, e per un lungo, interminabile secondo si guardano veramente. Sangue Jenova si mescola a quello Cetra, per poi accordare assieme al fato il loro macabro, ironico consenso. Finalmente lei accosta le labbra alle sue, in un bacio maledetto. Non si sarebbero mai dovuti incontrare.


Aeris si sveglia all’improvviso nel suo letto, con uno strano languore nel bassoventre. Non ricorda nulla del sogno che ha fatto, ma era certamente vivido ed intenso. Nello stato confusionario del dormiveglia pensa a lui, il Generale Eroe. La sua mente torna a qualche mese prima, a quegli incontri dentro la chiesa, dove lui trovava rifugio da una vita di massacri. Si chiede se lo abbia mai incontrato davvero, e gli abbia davvero venduto un fiore. Un gelsomino rosso. Prima di sprofondare di nuovo in un sonno profondo i ricordi s’intrecciano alla fantasia, facendole chiedere se in fondo non si sia inventata tutto.

 

Prima che ottenga una risposta certa scivola nell’oblio accogliente del mondo onirico. La mattina seguente non ricorderà più nulla.

 

 

----

 

 

Da qualche parte in una stanza dentro il palazzo Shinra l’uomo dai capelli d’argento si sveglia di scatto da un sogno che già non ricorda più bene, con una vaga sensazione di frustrazione e di delusione. Stava per succedere qualcosa, ma non riesce a ricordare. Una ragazza con gli occhi verdi stava facendo qualcosa per lui, qualcosa che avrebbe potuto salvarlo da un pericolo imminente.

 

Il suo sguardo perfettamente adattato al buio si posa sul davanzale della finestra, dove un gelsomino rosso piantato in un piccolo vaso prende il sole nelle ore diurne. Non avrebbe potuto prendersene cura, nei giorni seguenti.

 

Dopo pochi minuti scrolla le spalle, infastidito dal suo indugiare in una cosa tanto effimera quanto i sogni. Senza pensarci più si riaddormenta, cercando di trarre più vantaggio possibile da quelle ultime ore di riposo. Il giorno dopo si sveglierà all’alba. Ha una missione in un paese di montagna chiamato Nibelheim. Avrebbe investigato sulla mal funzionalità di un reattore, cercando di capirne la causa.

 

Facile quanto e più di uccidere un uomo.

 

Sarebbe tornato presto.

 

 

 

 

 

 

***

 

Nel linguaggio dei fiori:

 

-gelsomino: è (…) un fiore positivo, molto usato nel linguaggio dell’amore. Se rosso, significa (…) che si desidera la persona alla quale si dona.

-calendula: dolore, dispiacere.

 

 

Qualche appunto mio:

si, sono tornata *.* così come la mia voglia di scrivere, anche se non sono più una SephAeris convinta convinta come prima... comunque:

ok. Se devo essere sincera, secondo me Sephiroth (quello pre-pazzia) è vagamente maschilista. Insomma è anche normale, se passi tutta la tua vita in ambiente militare: hai delle regole rigide a cui sottostare, vivi con soli uomini e l’unico modo per esprimere stima/affetto è il cameratismo… con una formazione del genere è impossibile avere dei vezzi anche solo considerati vagamente femminili. Comunque l’idea che un uomo tanto… tanto duro ed inscrutabile potesse avere una passione per i fiori (dimostrando quindi una sensibilità nascosta) m’intrigava, così ho deciso di scrivere questa one-shot. Poi io Sephiroth lo adoro, quindi… (quindi cosa?). La scelta di abbinarlo ad Aeris era scontata, visto che si parla di fiori. O forse no. Probabilmente il Seph post-sbrocco non starebbe bene con nessuna (o meglio: nessuna starebbe bene con lui), ma se parliamo di quello pre-sbrocco il discorso è già diverso (oddio, forse neanche tanto…): se proprio devo scegliere tra le donne di questo gioco quella con cui starebbe meglio, sceglierei senza dubbio Aeris. Un pairing un po’ inquietante, lo so xD Ma c’è speranza per tutti…

 

Ho cercato in tutti i modi di mantenere i personaggi IC. Spero di esserci riuscita, anche se solo in parte. Tra gli avvisi della fiction ho messo What if, ma si potrebbe definire anche parzialmente AU, perché Aeris sa cosa l’aspetta.

 

A proposito: una cosa che c’entra poco, ma non è nemmeno OT. Io Seph me lo immagino così (http://sooj.deviantart.com/art/cloud-sephiroth-172040371?q=favby%3Aalexmscfan%2F44710593&qo=9), un po’ più maschio insomma del bishonen carino che hanno mostrato in Crisis Core, anche se il livello di fascino/sexità per quanto mi riguarda resta lo stesso :P







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