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Giornate assolate e prati fioriti ~ By eos77
Final Fantasy VII - PG-13 - Romantico + Introspettivo - One-shot - COMPLETA - Pubblicato: 3/11/10 - Aggiornato: 3/11/10
ID Fanfiction: 2203 - Commenti: 0
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Si era appena fatto buio, Reno si strinse di più al muro che lo riparava dallo sguardo indiscreto dei passanti. Quella stradina buia non lo proteggeva abbastanza.Svoltò l’angolo tenendosi il braccio destro dolorante, si mosse a fatica, si ritrovò in un’altra strada, questa volta più affollata della precedente.

 

Si spostò ancora, il sangue dalla ferita gocciolava copioso, non dava segno di fermarsi.

 

“Che stronzo!”

 

“Quel fottuto contestatore!”, non era morto anche dopo una scarica notevole di colpi! Si era rialzato all’improvviso, mentre gli dava le spalle e aveva cercato di colpirlo con un coltello dalla lama enorme.Nel tentativo di disarmare l’uomo, era stato ferito al braccio, gliela aveva quasi aperto in due, con una profonda incisione che dal gomito arrivava dritta al palmo della mano.Aveva cercato di tamponare il sangue strappandosi la manica della camicia e legandola stretta al braccio, ma era stato inutile.

 

Ora era da solo. Aveva perso il cellulare insieme alla giacca durante lo scontro, e non poteva chiamare i suoi colleghi Turks per farsi aiutare. Si erano dispersi tutti, dopo l’attacco al covo degli oppositori.

 

In quello stato, non sarebbe riuscito a raggiungere il punto d’incontro che avevano fissato, e non poteva chiedere aiuto senza dare spiegazioni.In quel momento la Shinra, stava cercando di farsi perdonare dall’opinione pubblica, e di sicuro non giovava alla sua immagine, far capire che i suoi Turks erano ancora attivi, e che avevano sterminato dei contestatori.

 

Si rese conto di aver imboccato un’altra strada, proseguì lento, la vista gli si appannò.

 

All’improvviso vide un locale illuminato. Lo riconobbe, non capì bene come si fosse ritrovato lì, ma ne fu sollevato, era il bar di Tifa e Cloud.Si mosse in fretta per cercare di raggiungerlo, era il momento opportuno, vide attraverso i vetri. Tifa era da sola. Fece in fretta due passi, poi si bloccò, vide Marlene uscire di corsa dal locale, per fermarsi all’ingresso armeggiando con un cartello.Aspettò, non voleva farsi vedere così dalla bambina, e anche se il dolore si faceva sempre più forte, cercò di sopportarlo a denti stretti. Marlene rientrò e scomparve dentro una stanza, allora si fece coraggio e avanzò.

 

Il campanello suonò appena aprì la porta, di un trillo dolce ma chiaro. Reno entrò nella forte luce della stanza con una mano sugli occhi per proteggerli, e un braccio nascosto dietro la schiena.

 

 Tifa alzò di colpo gli occhi, un sorriso cordiale sulla bocca, pronto per accogliere un cliente, gli morì presto sul viso riconoscendo Reno all’istante.Lui la guardò, cercò di essere gentile, nascose, sempre più dietro il braccio ferito e, sorrise  accattivante, passandosi la mano tra i capelli vermigli che gli ricadevano sugli occhi,

 

“Ciao Tifa”.

 

 Dopo un lungo silenzio, lei decise di rispondere al saluto, “ciao Reno”.

 

Reno si rilassò la sentì cordiale l’aveva sperato ma non ci avrebbe scommesso, loro non erano quelli che si sarebbero potuti definire “amici”. Dopo tutto, come potevano esserlo?

 

“Cosa ci fai qui”, questa volta il tono era meno cordiale.

 

“Ho bisogno di fare una telefonata”.

 Tifa si appoggiò le mani ai fianchi era sospettosa, non rispose subito, lo guardava negli occhi, lui ansimava impercettibilmente.“Non ci metterò molto lo giuro”,in quel preciso istante qualcosa catturò l’attenzione della ragazza, una macchia rosso scuro dietro ai piedi di Reno, si allargava a vista d’occhio sopra il pavimento bianco, e lucido. Non le ci volle molto a capire cosa fosse, chiese in modo più dolce,

“cos’hai?”.

Reno insisté nel sorridergli e mostrarsi calmo, ma l’agitazione e la fretta diventavano sempre più insostenibili, “non ho niente, devo telefonare è urgente”.

 

Tifa alzò un braccio e indicò il telefono scuro appoggiato al bancone,

 “il telefono è là, cerca di non imbrattarmi il bancone di sangue come hai fatto con il pavimento”.

Lui rise questa volta sollevato.

“Cercherò”, rispose indifferente.

Prese la cornetta con la mano sinistra, cosa usuale per lui che era mancino, e compose il numero.Disse poche frasi alla voce profonda dentro la cornetta, e subito riagganciò. Non sapeva perché ma diede uno sguardo al numero telefonico del locale. Era scritto su un bigliettino appiccicato al telefono, poteva sempre rivelarsi utile, gli sembrò importante.

Se ne sarebbe ricordato anche senza scriverlo, i Turks sono allenati per tenere le informazioni a mente.

 

Il telefono e il bancone, erano chiazzati di sangue rosso, quando si allontanò.

 

“Bene verranno a prendermi appena possibile, posso aspettarli qui?” ,rispose mettendosi la mano sul braccio ormai esposto alla luce, evidenziando il suo stato preoccupante. Tifa fece un cenno d’assenso con la testa

 

“Ti serve un dottore”, parlò seria.

 

“No non mi serve, presto saranno qui e mi aiuteranno loro”.

 

“Credo che quando arriveranno non ti sarà rimasta nemmeno una goccia di sangue  nelle vene”

 

“Non preoccuparti, ne ho di sangue da spargere”, rispose ironico. 

 

“Come vuoi” disse lei alzando le spalle.“ma io so farlo”.

 

“Cosa sai fare?” .Domandò Reno con aria canzonatoria.

 

“Ricucirti il braccio, lo so fare bene” ,insisté lei.

 

Reno tolse la mano dalla ferita sentendola appiccicosa e viscida, la stoffa che aveva usato per fermare il flusso di sangue, era completamente rossa, scura, disgustosa, quasi non sentiva più le dita,“beh, vediamo quanto sei brava”.

 Gli offrì il braccio, stavolta serio.Tifa gli indicò uno sgabello dietro al bancone, “siediti, torno subito con il necessario”, la vide sparire dietro una porta alle sue spalle.Sentì in quel momento dei rumori di passi veloci, e risa di bambini provenienti dal piano di sopra, gli orfanelli di Tifa e Cloud si stavano divertendo.

 

Lei tornò con una scatola piena di bende filo da sutura e aghi, Reno la guardò dubbioso, i bambini di sopra facevano sempre più rumore si sentiva scricchiolare il soffittò, sbuffò.

 La ragazza, in piedi armeggiava con le bende gli dava la schiena.

“Allora cosa mi dici di quel simpaticone di Cloud?”

 

 “ Vedo che non è in casa,ti lascia sola?”

 

Tifa si voltò aveva in mano una bottiglia di liquore e delle bende pulite,

 

“Lui è spesso a lavoro, a volte, rimane fuori per giorni”, rispose piano con gli occhi bassi.

 

In quel momento un rumore di mobili che s’infrangono al suolo accompagnato da ristate sonore, fece tremare le bottiglie esposte sulle mensole del locale, a Reno sfuggì ad alta voce un “fa bene!” .

 

Tifa alzò veloce gli occhi per incenerirlo con lo sguardo,“come?”

 

.Reno si morse la lingua ,“no, io non intendevo…”

 

“volevo dire, deve essere divertente vivere con lui e i bambini no?”, non ce la fece a sembrare serio.

 

Tifa avvicinò uno sgabello e gli si sedette davanti, con un veloce gesto della mano versò all’improvviso una mezza bottiglia di liquore sulla sua ferita al braccio, lui urlò senza ritegno ritirando l’arto dolorante al petto, “che cazzo! ma sei pazza!”.

 

“Devo disinfettare la ferita o no?”rispose lei trionfante.

 

“Tieni”, disse porgendogli la mezza bottiglia d’alcool,“puoi berla se vuoi, ti calmerà”.

 

Reno l’afferrò di getto e la  vuotò all’istante, Tifa sbatté gli occhi muta,

“ne hai altre no?”Sbaglio o questo è un bar?”.

Dopo avergli messo in mano un’altra bottiglia di liquore Tifa, si mise all’opera col capo chino cominciò a pulite delicatamente il taglio.Era profondo, brutto, ma ne aveva visti di peggiori, gli aprì le dita della mano per stendere bene il palmo.

 

Reno aveva una mano sottile dalle dita lunghe e bianche, sorrise dentro di sé perché sembrava una mano di donna.

La mano, pulita dal sangue rappreso, mise in mostra vecchie cicatrici, ne aveva tante partivano dal palmo in ramificazioni spesse, che raggiungevano il dorso dove si univano ad altre, sottili e rese bianche dal tempo, non disse niente, continuò a pulire.

Reno seguiva i suoi occhi, nervoso, sotto la sua ispezione, conoscendo tutti i segni del suo corpo che involontariamente si sarebbero mostrati a lei.

 A lui quella situazione parve stranissima guardava la donna china sul suo braccio, attraverso i capelli rossi sempre davanti agli occhi.

 Gli era sempre sembrata carina, ma quella sera, era bella. Era dolce, gli puliva la ferita senza quasi sfiorarla.

 Cominciò a cucire piano ma decisa.

Tifa era pericolosa lo sapeva, l’aveva letto nei suoi occhi appena li aveva incrociati.

Era pericolosa perché ti suscitava desideri semplici, ti faceva venire voglia di prenderla, per mano, e passeggiarle accanto.

Passare insieme a lei le giornate, senza chiedere nient’alto che la sua compagnia. 

E questo era pericoloso, era spaventoso, doveva ignorarla.

 I capelli lunghi e neri di Tifa, gli scivolavano sul viso con regolarità, e lei con un gesto delicato del polso li rimetteva a posto, lui la guardava rapito. Quando poi cominciò a soffiare delicatamente sul taglio sanguinante affinché non sentisse dolore, Reno avvertì un brivido. Un brivido che conosceva bene, continuò a bere ,per dissimulare l’imbarazzo e, il desiderio.

 

Da quanto tempo, non si sentiva imbarazzato con una donna? Era strano, distolse gli occhi da lei e si guardò intorno.

 

 Nonostante il dolore Reno si sentiva avvolto in una situazione piacevole, antica, qualcosa lo riportava indietro nel tempo a giorni felici, anche se non li ricordava.

 Diede un sorso alla bottiglia. Non gli piaceva quel silenzio che amplificava ogni loro mossa, anche i bambini avevano smesso di far rumore.

Parlò:

 

“Serata fiacca stasera vero?,Dove sono i clienti? É il primo bar della città che vedo vuoto a quest’ora”.

Tifa alzò gli occhi per guardarlo in viso.

“Non verrà nessuno stasera, sono tutti tappati in casa in questo quartiere,c’è stato un attentato poco lontano da qui, sono morti degli uomini”.

 Reno sostenne il suo sguardo, lei continuò.

“Tu non lo sapevi?”

“No”.

La voce calma che avrebbe convinto chiunque, lei sembrò ignorarlo.

 

Poi la vide riabbassare gli occhi, ma qualcosa sulla sua camicia, catturò l’attenzione della ragazza. Tifa guardava con interesse, delle macchioline brune sparse su tutto il lato sinistro della camicia bianca, che Reno indossava. Erano fitte e scure, anche lui fissò lo sguardo su quelle goccioline, erano schizzi di sangue secco, e non era il suo. Lei lo aveva capito, era un altro uomo che aveva versato quel sangue, un uomo ucciso da lui.

 

Tifa abbassò subito gli occhi, Reno si vergognò, per la prima volta dopo tanto tempo, provò vergogna per quello che era, senza capire.

 

La ferita venne chiusa del tutto con punti irregolari ma ben fatti.Tifa bendò il braccio sempre delicatamente, con gesti lenti e precisi qualche volta gli sfiorava il viso con i capelli. Lui la desiderava. Si, voleva toccare quella pelle bianca dal profumo fresco, un profumo particolare che sapeva di fiori e di pulito, aveva già sentito quel profumo?

 

Sentiva il desiderio crescere dal ventre attraversare tutto il corpo, e finire nelle mani. Lui non aveva mai avuto una donna così. Una donna dalla faccia pulita, e dal sorriso sincero e si sorprese a sentirne il bisogno, quella sera più che mai.

 

Avrebbe potuto averla sì, gli bastava allungare le dita lei era così vicina, lei era così… lontana.

 

Di colpo Tifa si alzò aveva finito il bendaggio, lo guardò sorridendo. Reno si sentì perso. Fissò dritto davanti a se, dove prima c’era stato il viso della ragazza, adesso c’era il suo ventre, senza pensare lui l’afferrò.

Affondò la testa sulla sua pancia, allungando le braccia per stringerle i fianchi non gli importava essere respinto, anche un solo attimo stretto a lei gli sarebbe bastato.

 Ma lei non lo respinse.

 

Tifa abbassò le mani che aveva istintivamente alzato quasi per difendersi.

Sorpresa, le riabbassò  sulla testa di lui, stretto ai suoi fianchi.

Reno aspettava una sua reazione, lei affondò le dita nei suoi capelli accarezzandoli piano. Allora lui premette di più il volto sul suo corpo, ne esalò il profumo, Capì dove l’aveva già sentito, era nascosto infondo ai suoi ricordi. Ritornò con la mente a giornate assolate, prati fioriti, mani e braccia profumate, quelle di sua madre.

 

Che brutti scherzi ti gioca la memoria, lui non sapeva nemmeno se avesse mai conosciuto sua madre! Eppure Tifa gliela ricordava. Tutto in quella ragazza gli ricordava l’infanzia, ed era bello ritornare in quei luoghi insieme a lei. Quei luoghi luminosi come il suo locale, luminosi e puliti dai colori vividi e accecanti, come tutto quello che circondava Tifa. Essere bambino insieme a lei,sentirsi addosso l’odore di fiori e di pulito, non quello del sangue.

 

Tifa cominciò a cullarlo, era così naturale fatto da lei, che a Reno risultò stranamente familiare.

 

Perché non lo respingeva? Doveva farlo, lui non aveva la forza di staccarsi, si era già perso.

Mentre Tifa lo cullava, sentiva i battiti del suo cuore che rimbombavano nel suo ventre, sentiva la sua disperazione.

Reno comprese, anche lei era sola infondo, per questo lo teneva stretto e non lo allontanava. Aveva letto anche questo nei suoi occhi  cercando di ignorarlo.

 Sentì la sua gola stringesi, quasi soffocarlo, come prima di un pianto, anche quello apparteneva all’infanzia. Ne ebbe paura, lui non aveva mai pianto. Strinse i pugni sul corpo di Tifa afferrando i suoi vestiti. La teneva più stretta, mentre sentiva le lacrime che si affollavano ai bordi degli occhi per cominciare a cadere, sembrava inevitabile.

Di colpo la spinse via un attimo prima che le lacrime gli  bagnassero la faccia. Lei lo guardò confusa, lui le sorrise chiudendo gli occhi.

 

 “Ehi bella! Rischi di soffocarmi! Sei la seconda persona che cerca di uccidermi oggi”.

 Dopo un momento di sconforto ,Tifa rise dolce,alla sua espressione buffa, e alla rapidità che aveva dimostrato nell'indossarla come una maschera.Provò dispiacere dicendo addio al suo vero volto, visto nudo solo per un'istante.

La sua risata era soave, Reno si alzò era a pochi centimetri da lei, le sfiorava la fronte con il mento,rise insieme a lei.

Sapeva che doveva andare via di là, scappare subito, e non tornare mai più. Le sussurrò un  “grazie” guardandola ancora una volta negli occhi, poi corse verso la porta la spalancò, e si ritrovò nel buio della strada.

 

“Reno”,chiamò una voce profonda nel buio, Lui la riconobbe gli andò incontro.

“Giusto in tempo" pensò.      

 

 

 

 







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