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Quel che non lasciamo indietro ~ By crimsontriforce
Final Fantasy XII - PG-13 - Introspettivo - One-shot - COMPLETA - Pubblicato: 17/8/10 - Aggiornato: 17/8/10
ID Fanfiction: 2189 - Commenti: 1
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Sperando che mi leggiate anche di qui, vorrei ringraziare tutti i recensori delle mie fanfic su FFX: GRAZIE ragazzi, siete dei tesori ç_ç

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quel che non lasciamo indietro

 

 

 

 

“Il villaggio vi accoglie per questa notte, viaggiatori. Leggiamo su di voi una grande stanchezza: le nostre coperte la scacceranno, i nostri letti la accoglieranno. Venite.”

Penelo fece per ringraziare, ma il Garif si era già allontanato con passo svelto. Ricordava di averlo visto all'udienza, quando i discorsi di dèi e di uomini avevano perso ogni significato per lei e aveva iniziato a curarsi più degli intagli nel legno, o del volto che le maschere davano a ogni membro di quella tribù imperscrutabile. Quel particolare Garif era stato sempre in movimento, sempre attorno all'anziano. Un tuttofare. Penelo poteva simpatizzare.

 

“L'anziano non obbliga”, aveva detto, prima di congedarsi davanti alle capanne che erano state loro assegnate. “Ma l'anziano consiglia. La vostra stanchezza è anche cambiamento, perché le vostre gambe portano il peso di due persone: quello che eravate e quello che state divendando. Quando un Garif sente il cambiamento, il Garif lo affida al fuoco. Il fuoco lo brucia e l'animo del Garif è sereno. L'anziano spera che voi Hume e Viera potrete abbandonare quello che fughe e lotte hanno suscitato in voi. Se lo desiderate, preparerò il fuoco.

“Grazie! Lo faremo!”, annuì Penelo estasiata da quelle premure, prima che il silenzio calatole attorno le ricordasse che aveva parlato senza l'autorità per prendere simili decisioni.

“Non vedo perché no”, concesse infine Ashe.

 

*

 

 

Il fuoco scoppiettava nella piazza, impreziosito dai profumi delle resine di Ozmone.

“Posso iniziare io”, disse Penelo. “Se ho capito bene come funziona. Qualcosa di nuovo che non ci piace. A Rabanastre, le mie giornate erano sempre così piene... commissioni, ordini, contrordini, Migelo, l'Impero, gente che non sta a sentire, gente che vuole farsi sentire a tutti i costi. Arrivavo a sera esausta, ma c'era un pensiero che mi faceva addormentare col sorriso, una... una fantasia sciocca, se volete, ma mi aiutava. Pensavo che se ci fosse stata...” Si guardò intorno con un non ridete, vi prego dipinto in volto. “Che se io fossi stata la principessa, lassù a palazzo, ecco l'ho detto scusi Altezza, avrei dato io gli ordini, sapete? Immaginavo il buon cibo e i bei vestiti e venir pettinata e truccata, ma anche come avrei distribuito il pane, stabilito i prezzi dei fiori e del vino, mi vedevo fare tanto meglio di quello stupido reggente, se fossi stata la principessa. Ecco, non avrei voluto scoprire che esserlo non basta. Mi sento così piccola, in un mondo così grande. Scusate, non volevo annoiarvi.”

Non osò cercare lo sguardo di Ashe, ma la sua regina la fissava con orgoglio.

 

“Farei a meno della speranza”, disse Basch subito dopo, guadagnandosi le reazioni sorprese di chi gli era seduto vicino. Scosse la testa come a dire di non sorprendersene. “Un uomo può sopravvivere senza speranza, ho scoperto. Può combattere e può difendere. Basterebbe, per ciò che sono chiamato a fare. Così, vivo nel timore di perdere quel che è rimasto. È un'abitudine che ho perso, e quel che è rimasto è così poco.”
Ashelia B'nargin Dalmasca era stata chiamata con molti nomi, ma 'Poco' era una novità.

“E troppo prezioso”, concluse Basch.

 

Prese parola Vaan.

“Per questa cosa ho bisogno del vostro aiuto”, disse, puntando le mani sulle gambe incrociate, “perché non è tutta colpa mia.”
“E quando mai, Vaan?”, sospirò Penelo.

“Quando ho successo, di solito è merito mio”, ribatté il ragazzo. “Come lei”, disse, tornando a rivolgersi al gruppo, “sono vissuto per le strade di Rabanastre. È quello che siamo, assieme a Kyte, Filo, Tomaj e tutti gli altri. Siamo cresciuti insieme, siamo gli occhi, le orecchie e le gambe della città.”

“Le gambe ci sarai tu, Vaan. Noialtri non rubiamo e non dobbiamo scappare a rotta di collo da nessuno.”

“Solo ai soldati.”

“E a palazzo...”, disse Balthier.

“Perché è diventato imperiale! Lasciatemi parlare! Volevo solo dire che qui non sono più il fratellone, e va bene, lo capisco, siete tutti così esperti, così importanti... però mi sento perso. Questo non è un cambiamento che mi piace. Per questo voglio chiedervi se posso almeno... beh, chiamarvi amici.”

Studiò le loro reazioni. Senza pensare, aveva parlato troppo presto, come al solito. Penelo si sbilanciò a tirargli un pugno affettuoso sulla spalla.

Ma nessuno gli aveva nemmeno detto di no.

 

Balthier prese fiato, ficcò una mano in una delle borse che portava alla cinta, ne estrasse un paio di occhiali, li gettò nelle fiamme e sbuffò. Avevano una montatura semplice e allungata, nera sotto, vetro libero sopra, e nessuno glieli aveva mai visti indossare o utilizzare in alcun modo.

“E resta lontano!”, disse allo spettro del padre che glieli aveva regalati e che acquisiva corpo ogni volta che sentiva il suo nome nei vicoli più bui, sopra il deserto, nelle miniere.

 

Fran restava in silenzio, con lo sguardo impegnato dai dettagli della capanna in penombra alla sua destra, mentre la lunga coda di capelli bianchi dondolava impercettibilmente. Solo Balthier sapeva che la vera attenzione della Viera era concentrata al margine del suo campo visivo, su di lui.

Le rivolse un cenno rilassato: parla pure.

“Ffamran”, disse allora, srotolando quel nome sulla lingua in un suono ruvido, accentato e aspro che era un discorso intero. Tornò in silenzio, scostando la polvere dall'armatura.

Gli altri si rassegnarono a dover continuare a considerare Fran un enigma: qualunque cosa avesse rivelato, pensarono, aveva deciso di farlo in una lingua nota a lei sola, confidandosi al fuoco e alla notte. Ma Balthier rabbrividì. Non sentiva quel nome da anni – non si sentiva addosso quel nome da anni, da quando, diciassettenne, aveva tirato pugni a uno specchio ripetendo “Balthier, Balthier, Balthier” fino a soppiantarlo. Ma lo sguardo di una Viera – della sua Viera: Balthier non presupponeva né ambiva la conoscenza di altre – è acuto e forse, con Archades che svettava sempre più minacciosa al margine dei loro orizzonti, il passato non poteva essere evitato. Aggrottò le sopracciglia. Fine dei giorni da pirata libero e apolide, almeno per il momento.

 

Ashe lottava con le parole. Iniziò più volte a vuoto fissando il capitano, mentre sentiva il silenzio attento dei compagni farsi opprimente. Infine sembrò cambiare idea.

“La verità è che dovrei gettare me stessa nel fuoco”, concluse. Ponderò l'ipotesi. “Sarei più felice, certo, se potessi cancellare ogni passo, ogni pensiero degli ultimi due anni della mia vita. Brucerei l'abito del lutto e tutto ciò che ha comportato. Ma sarei la regina che ero due anni fa, di fronte al mio popolo di oggi e non è questo il mio destino, né sarebbe onesto richiederlo a Dalmasca. Porto il mio strascico.”

 

Larsa Ferrinas Solidor ascoltava e scuoteva la testa, lontano dal cerchio del gruppo. Non aprì bocca, perché non aveva diritto di parlare di cambiamento a chi era stato privato di tutto da suo padre e da suo fratello. Tacque anche perché non avrebbe desiderato offendere gli ospiti né i suoi fortuiti compagni di viaggio, verso i quali per molte ragioni portava stima. Raccontò a se stesso delle correnti di cambiamento che soffiavano in tutti i tempi e tutti i luoghi, sospingendo le genti, e di come i draghi gemelli dello stemma dei Solidor vi s'innalzassero in larghe spirali. Si trattava di sentire, cogliere, agire con mente e istinto, in ogni istante della propria vita: se si fossero fermati a recriminare, i draghi sarebbero crollati a terra, azzoppati dalla caduta.

Cedette al sonno mentre l'ultima di loro finiva il suo discorso. Prestò attenzione a quelle parole e sorrise: sapeva di potersi fidare di Lady Ashe.







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