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The Emperor and the Skypirate ~ By Frances
Final Fantasy XII - PG-13 - Sentimentale + Malinconico - One-shot - Pubblicato: 6/11/07 - Aggiornato: 6/11/07
ID Fanfiction: 1763 - Commenti: 12
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The Emperor and the Skypirate

 

 

 

( act. 21, 26) - Reapproaching. Dissonant.

 

 

« Penelo...?»

Questo nome ti fa sobbalzare, spalanchi gli occhi e per poco non inciampi sui tuoi stessi passi, scivolando oltre il bordo della fontana centrale. Spaventi una bambina che stava giocando sul bordo della vasca e la vedi senza prestarle attenzione mentre gli occhi le si riempiono di lacrime atterrite e si allontana correndo, stringendo forte in mano la sua bambolina di pezza. Avresti voluto consolarla e chiederle scusa - lo avresti fatto senza aspettare un altro istante, in qualsiasi altro momento - dirle che non avevi intenzione di farle paura, ma di bocca non ti esce un suono, tranne un lento rantolo affannoso che ti mozza il respiro.

 

Rimani qualche istante immobile a fissare l'acqua placida che ti restituisce l'immagine distorta del tuo stesso volto, mentre senti le sottili trecce ricaderti sul petto, sfiorandoti il collo. Ti spaventano la piega terrorizzata che la tua bocca ha appena assunto e la curva di completo smarrimento disegnata dalle tue sopracciglia.

 

Inizi a chiederti se per caso ti sia immaginata tutto, e quella voce non sia stata altro che una tua triste rimembranza, un bisbiglio al tuo orecchio, una fantasia solo tua.

 

Distogli la tua attenzione dal tuo riflesso brillante sull'acqua, trovando improvvisamente che la visione dei tuoi piedi piantati sulle mattonelle decorate della piazza sia molto più tranquillizzante. Il silenzio intenso che ha seguito quell'unica parola ti rincuora e riesci anche ad ignorare il chiasso generale ed allegro che ti circonda, tutta intenta come sei adesso a sperare che nessuno ti parli ancora.

 

« Penelo, sei tu?» un altro brutto colpo per il tuo povero cuore giovane. E questa volta quella voce sconosciuta è meno incerta, sembra più consapevole di ciò che ha appena detto.

Ti viene in mente che potresti far finta di nulla, voltarti e dirgli gentilmente che ti deve aver scambiata per qualcun'altra perché - oh, no - quello non è il tuo nome.

 

Vai nel panico, chiedendoti come sia possibile che qualcuno ancora ti riconosca con quel nome. Hai cercato in tutti i modi di cancellarlo, perché Penelo ti fa sentire bambina, inesperta, ti fa tornare la bionda orfana di Rabanastre che eri un tempo, la stessa che non conosceva il mare, inseguiva lungo il bazar un idiota con infantili manie di grandezza e sogni impossibili per impedirgli di rubare più guil del necessario, quella stessa fanciulla che si lasciava trasportare dal destino degli altri senza riuscire a decidere nulla per sé stessa.

 

Ti accorgi che non puoi fare finta di nulla e così ti volti facendo un'impacciata piroetta sulla punta dei piedi. In un solo istante, mentre ti prepari a sollevare gli occhi, ti chiedi chi ancora potrebbe conservare il ricordo di quella te stessa così fragile.

 

Le uniche persone che ti hanno conosciuto con quel nome sono tanto irraggiungibili ormai, che ti suona strano pensare che possano essere loro, adesso, ad averti appena rivolto la parola.

Migelo è morto, ha venduto il suo negozio di oggetti ad Ahmar dell'armeria. Per te è stato come un padre, ma ormai non potrà mai più urlare il tuo nome in mezzo alla folla, cercando di acchiapparti per trascinarti a cena.

 

Quello sfigato con cui dividi la vita, il cielo e l'aeronave è talmente esaltato e fuori di testa - una testa che non sembra cresciuta neppure un po' rispetto a quando era un ladruncolo - che ha smesso addirittura di chiamarti, figurarsi. Si è abituato a te, e perché vi intendiate non c'è bisogno d'altro che di un'occhiata. Rapporti misteriosi ed incomprensibili fra aviopirati, fra compagni, fra "colleghi".

 

Gli altri amici con cui ha condiviso parte della tua fanciullezza sono la regina celibe della patria che hai abbandonato e due folli aviopirati spariti da qualche parte per Ivalice, e non ricevi notizie da loro se non quando guardi le taglie affisse in bacheca alla casa del Porto o nella Taverna dell'Onda bianca - a Balfonheim - e, basandoti su quelli, non puoi certo negare che se la stiano passando bene. Poi c'è il generale dalmasco infiltrato di soppiatto nell'esercito Magister di Archadia, legato stretto con vincoli d'onore, promesse e dovere. Ed è ovvio che un tipo del genere non abbia tempo per...

 

Ma questi pensieri sono troppi perché tu possa farli scorrere tutti nell'intervallo di tempo che impieghi a sollevare gli occhi.

La tua espressione subisce cambiamenti repentini. Prima ti sentivi intimorita ed un po' malferma, ora sai di aver in volto un'espressione di completa confusione, di disagio e disorientamento più assoluto.

 

Il giovane uomo che ti ritrovi davanti ha dei bellissimi e sinceri occhi azzurri, e ti sta guardando con le labbra dischiuse, una mano protesa a mezz'aria verso di te, con curiosità mista ad un lieve impaccio che non si addice affatto ai lineamenti nobili e maturi del suo volto.

Ma non è questo a sconvolgerti, non è il fatto che lui sia molto più alto di te o che la forma gentile dei suoi occhi ti sembri così familiare da farti quasi girare la testa.

 

Ti lascia a bocca aperta il modo in cui è vestito. Ti confonde la folla di soldati in armatura che si stringono dietro di lui, in un tintinnare continuo di corazze e spade. Ti confonde il vessillo di Archadia che sventola alle sue spalle, mostrando i ricami dorati che si intrecciano a disegnare lo stemma della stirpe imperiale.

 

Ti lascia perplessa il mantello sontuoso che pende dalle sue spalle e si distende sulle piastrelle quadrate della piazza, come un ampio e brillante lago blu . I pendagli sontuosi e pesanti che gli ricadono sul petto, la giubba sfarzosa dal taglio tipicamente archadiano - con il collo alto e le maniche ampie - e il modo elegante con cui lui li indossa.

Fissi il diadema d'oro che gli ricopre il capo, sfiorandogli le guance, adagiato sui suoi capelli castani come se fosse stato plasmato per occupare quel posto e nessun altro.

 

Non riesci a dire nulla, rimani immobile e silenziosa come una decorazione di cera. Non capisci il motivo per cui i suoi occhi - ora ricolmi di un'eccitata e mutevole tonalità più chiara che ti suggerisce che lui sa chi sei - ti sembrino così inspiegabilmente conosciuti.

 

« Penelo, sei tu!» conferma, con una nota di malcelato entusiasmo a rianimare le sue parole. Ora che ci fai caso, anche la sua voce ti suona in maniera strana. Non è troppo bassa, ma ormai ha abbandonato gli accenti puerili e fa in modo che ogni sua parola sembri imperiosa e dolce al tempo stesso, una sorta di tranquillo e continuo tentativo di mettere gli altri a loro agio.

 

E c'è qualcosa, qualcosa di strano ed inspiegabile, che poi fa in modo che tu lo riconosca, mentre il tuo corpo viene attraversato da un brivido.

 

Non c'è modo e motivo per cui un aviopirata debba trovarsi faccia a faccia con il sovrano di un'intera nazione, a meno che non sia costretto ad inginocchiarsi ai suoi piedi per saldare tutti i debiti che si è lasciato alle spalle, durante una carriera di continue scorribande. O magari questo tipo di incontro potrebbe verificarsi in casi sporadici, come quello assurdo - ma forse non troppo - in cui la regina abbia stretto dei rapporti stretti con due dei più sfuggevoli e tristemente famosi pirati di tutta Ivalice.

 

Beh, casi sporadici. D'ora in poi dovrebbero mettere in lista anche questa possibilità.

La possibilità che un'orfana della Città Bassa di Rabanastre abbia condiviso il pane e l'acqua e la propria sorte con l'ultimo giovanissimo erede al trono imperiale.

 

« Larsa...» la voce ti esce di bocca in un sussurro, ma questo basta a far illuminare il volto dell'altro - il volto di quell'uomo fatto - di un sorriso che lo fa tornare per un istante lo stesso ragazzino spaventosamente maturo che ricordavi.

 

Ora lo riconosci in ogni cosa, anche nel suo volto leggermente più allungato e teso, nelle sue labbra morbide, nella fronte distesa e nei capelli un po' lunghi che sfuggono dalla sua corona. Nel suo sguardo vispo ed intelligente, nella bellissima e serena forma che la sua bocca assume mentre ti sorride.

Vorresti dire qualcosa, ma sei soffocata da domande, stupore, improvvisa euforia ed un'irrefrenabile voglia di abbracciarlo perché - oh, accidenti - non sai neppure tu quanto ti è mancato. 

 

Lui fa un altro passo, trascinandosi dietro il mantello, facendo tintinnare i ciondoli del vestito. Sussurra una qualche invocazione che non ti riesce di cogliere, qualcosa di religioso, archadiano, in un dialetto del nord troppo stretto e sussurrato, qualcosa che parla di corone, spade e magilite.

«...non posso crederci!» le sue parole tornano fluide e comprensibili, ma tu sei troppo euforica e confusa per prestare attenzione ad altro tranne che alla sua sagoma sontuosa che ti si avvicina, cercando un qualsiasi tipo di contatto.

Ti perdi in domande futili e ti dimentichi di essere un'aviopirata probabilmente ricercata dalla legge che se ne sta lì ferma con uno stupido sorriso stampato in faccia, senza fare caso alla gente che inizia ad osservare con stupore la scena, o il disagio dei soldati immobili dietro la bandiera dei Solidor.

 

Guardi lui, guardi Larsa, guardi le sue spalle più larghe, il suo nuovo volto da uomo. Quanti anni può avere ormai? Venti? Venticinque? Da quanti anni non lo vedevi? Così tanti?

 

« Signore.»  Larsa si volta con le sopracciglia che si corrugano leggermente, il suo sorriso svanisce nel sentire quella voce baritona che gli ricorda «...siamo in ritardo.»

 

Tu sposti controvoglia lo sguardo da Larsa all'uomo imponente che si è appena avvicinato a voi, tenendo un ingombrante elmo intarsiato sotto il braccio.

E, accidenti, oggi è il giorno in cui riconosci tutti i volti del tuo passato.

 

La cicatrice ormai riassorbita da tempo taglia il sopracciglio sinistro di Basch facendo assumere al suo cipiglio severo una nota ancora più austera. I suoi occhi si accendono per un attimo di stupore nel vederti, ma poi stringe le labbra e si rivolge a Larsa, in evidente ed impaziente attesa.

 

Ed è a quel punto che ti rendi conto di cosa sta succedendo.

Ti capaciti dell'enorme scorta di uomini che segue Larsa e di Basch - Gabranth - immobile e composto nell'armatura da Giudice che ha ereditato dal fratello. Comprendi il significato di quella corona fra i capelli di Larsa e della bandiera che sventola in balia della brezza del deserto.

 

Arrossisci di vergogna mentre ti cedono le gambe ed abbassi il capo, ammutolita, spaventata ed incerta.

 

Sei di fronte all'imperatore di Archadia.

Lui non è più semplicemente Larsa, il ragazzino con cui potevi permetterti di scherzare, di parlare in toni colloquiali, con cui potevi scambiare delle battute divertenti.

 

E' Larsa Ferrinas Solidor.

L'imperatore.

 

Ti si secca la gola. E tu cosa sei?

Ti inchini più profondamente, quasi cadendo sulle ginocchia, fino a che la tua visuale si limita ai decori colorati che ornano le piastrelle della pavimentazione. Ti senti solo in dovere di chinare la testa perché sei umile, sei sporca e sei un'aviopirata. Lui è così in alto rispetto a te, così lontano, così bello e così glorioso che ora ti sembra solo un sogno lontano, un ricordo sbiadito che non riuscirai mai più a riacchiappare, per quanto tendi disperatamente la mano.

 

« La regina ci sta aspettando, signore.» insiste Ba...- Gabranth. Il suo modo di parlare confonde tre dialetti assieme, un po' di dalmasco, qualche traccia di archadiano e dei toni sbiaditi della lingua di Landis.

 

Senti Larsa esitare, rimanere fermo davanti a te - magari guardando la tua nuca china - chiedendosi forse il motivo per cui ti sia prostrata. Ti sembra che sia silenzioso perché sta cercando in tutti i modi le parole giuste per chiederti di risollevarti, ma poi senti che si rivolge agli uomini del suo seguito, lasciandosi sommergere dagli impegni, il dovere ed il peso di essere l'ultimo Solidor rimasto.

 

Riesci a cogliere un attimo il suo sguardo mentre si allontana, disperdendosi fra il metallo lucente delle armature che lo circondano e vieni abbagliata appena dal riflesso dorato della corona sul suo capo.

 

Scusami Penelo. Ho sentito la tua mancanza. Non sai quanto.

 

Avrebbe voluto dirtelo mentre eravate faccia a faccia, durante quei confusi momenti di felicità estrema e di disorientamento, mentre vi capacitavate di esservi ritrovati dopo anni, di esservi riconosciuti a vicenda nonostante foste diversissimi da come vi ricordavate.

Ma è il suo dovere, Penelo, devi capirlo. Non può parlare con te come se foste amici di infanzia - cosa, che in maniera paradossale, siete veramente.

Lui ha delle catene d'oro ed argento a tenerlo legato al suo trono, non può liberarsene con facilità.

Tu non hai niente a costringerti, tranne forse quel fastidioso filo rosso che ti ha legata a Vaan sin da quando eri bambina, inconsapevole e vi imboccavate a vicenda, lui che tirava i tuoi capelli e giocava ad annodarli per farti dispetto. Ma sei troppo in basso perché questa libertà possa permetterti di raggiungerlo.

 

Provi improvvisamente un'insensata invidia nei confronti di Ashe che può parlargli da pari a pari. Lei che lo sta facendo allontanare, lei che te l'ha appena portato via. La regina che sicuramente potrà anche solo stringere la mano all'Imperatore senza sentirsi del tutto fuori posto.

 

E in questo momento, mentre lui sparisce fra le vie della città, velocemente come è apparso, vorresti davvero che tutti tornassero a chiamarti con il tuo vero nome. Forse, se tu fossi di nuovo la ragazzina rabanastrese e lui il giovane Solidor - quello a cui ti sei affezionata, anche se non puoi di certo dire di non amarlo ora, ora che è ormai adulto quasi quanto lo sei tu - potresti ancora illuderti di avere un qualche legame con lui.

 

Ti alzi in piedi con fatica, mentre iniziano inspiegabilmente a bruciarti gli occhi.

 

Non ti curi più di niente fino a quando non ti accorgi che Vaan ti sta guardando e che nel suo sguardo limpido c'è una malcelata preoccupazione. Anzi, ammettilo, sai benissimo che quando Vaan ti guarda così significa che è maledettamente turbato e che si sta per trasformare nel protettivo partner che desidera solo che tu ti senta meglio.

Quando Vaan ti guarda così, sai che sarebbe disposto a lasciare a metà ciò che sta facendo, qualsiasi cosa sia, e che si metterebbe a collezionare le scaglie dei Ferosauro solo perché tu glielo hai chiesto. E' quando Vaan ti guarda così che ricordi di volergli un bene dell'anima, anche se lui è un eterno bambino assillante, rumoroso, inopportuno, impulsivo e  - molto poco - responsabile.

 

« Cosa succede?» ti chiede, allarmato, senza neppure accorgersi di avere ancora in mano un frutto di cactus mezzo mangiucchiato. Ha dei semi sulle labbra, anzi, diciamo che dal tuo punto di vista potrebbe anche tranquillamente essersi spalmato tutta la polpa sulla faccia.

 

Ti accorgi che è sera e che sei appena tornata all'Aerodromo perché Vaan voleva partire entro il tramonto. Scuoti il capo cercando di sorridergli, implorandolo silenziosamente di non chiedere altro.

 

Ovviamente lui non afferra. Alla fine sei costretta a chiudere il discorso con il tuo solito, laconico:

« Sei proprio un bambino, Vaan.» è una frase fatta, è già pronta sulla tua lingua ogni volta che ti viene incontro, e già da quel momento sai fermamente che dovrai usarla.

Lui mette il broncio mentre lo sorpassi, risalendo la rampa della vostra aeronave  - un regalo inaspettato di due colleghi aviopirati, una manna dal cielo che ha mandato Vaan in estasi per tre giorni di seguito - ingoia l'ultimo pezzo di frutto di cactus venendoti dietro.

 

Ti siedi al tuo posto, sulla poltrona che ti mette davanti alle attrezzature del co-pilota. Vaan si lancia vicino a te, rimbalzando sui sedili.

« Tanto prima o poi me lo dirai. E non dovrò neppure chiedertelo.» annuncia e sembra fermamente convinto di ciò che dice.

Tu annuisci. Sai che sarà così.

 

Poi guardi il cielo mentre vi librate nell'azzurro cupo di una giornata sul morire, dando un'occhiata veloce alle nuvole che bagnano Giza durante la stagione delle piogge.

 

Senza un motivo preciso, ti tornano in mente gli occhi gentili dell'Imperatore che ti ha fermata per strada.

Ormai siete davvero troppo lontani. E forse non è l'età a dividervi, siete entrambi adulti e probabilmente lui è più giovane, ma mille volte più maturo e sveglio di te.

 

Ridacchi tra te e te, silenziosamente, e ti rincuora che Vaan non ti sta guardando.

 

Che stupida.

 

La tua risata è sommessa, piena di un imbarazzato rammarico e di una sottile pietà che ti sei accorta di provare per te stessa, per i tuoi sogni da bambina che non potranno mai avverarsi. Per quella speranza euforica che ti è sbocciata in petto impetuosamente, assieme allo stesso vivido e impossibile sentimento che provavi allora e che credevi di aver seppellito.

 

Lui ha il suo posto, Penelo. Te lo dici pensando il tuo nome con forza, con rabbia e con nostalgia.

 

Tu cerca di stare al tuo. Per quanto faccia male.

 

---

 

 

 

(act. 12, 17) - Stars. Wondering.

 

« Sei sveglia?» Penelo batte le palpebre, aprendo gli occhi di fretta. Per un attimo si smarrisce nel blu cupo ed infinito del cielo, abbagliata da tutte quelle piccole luci bianche che le fanno l'occhiolino, sparse fino a dove il suo occhio debole riesce a coglierle.

Si accorge quasi immediatamente dell'erba umida che le sfiora tutto il corpo, modellandosi docilmente sotto il suo peso. 

Ricorda vagamente di essersi distesa lì per terra dopo aver litigato con Vaan; lui se n'è andato con il broncio gridandole "non ti parlerò più, almeno fino a quando non ti entrerà in testa che non sono più un bambino senza cervello". Lei ha urlato di rimando che no, si stava sbagliando di grosso e che certamente sarebbe stato lui il primo ad avvicinarsi per chiedere scusa.

E così, fissandolo arrabbiata mentre spariva, lei si è buttata per capriccio sul prato infreddolito dalla sera, lasciandosi alle spalle i fumi, i falò, i convivi calorosi dei garif, le tende e tutto il resto. Si accorge di aver strappato alcuni fili d'erba e lascia che le scivolino di mano, ammaccati ed afflosciati per la rabbia con cui li ha stretti.

Ora lui si starà lagnando con Basch o Balthier, lamentandosi di essere incompreso e sottovalutato, riempiendosi la pancia prima di mettersi a dormire definitivamente. Poi domani si sentirà riposato e pentito e le chiederà scusa, oh si. Giusto un attimo prima di partire per Bur-Omisace.

 

C'è in sottofondo il sottile e tranquillo sciabordio del fiume ed il frusciare degli alberi e del vento che proviene da Ozmone, oltre l'odore esotico della cucina garif. E' una cosa che le ricorda vagamente l'odore di spezie e di casa.

 

« Ehi, Penelo?» dando un'ultima esasperata occhiata al cielo, lei volta la testa di lato, già pronta a sostenere lo sguardo arrabbiato di un Vaan poco convinto ma rassegnato, venuto a fare pace prima del previsto. Ma gli occhi chiari che incontra non sanno affatto di capricci, strepiti, litigi, sconfitta e amara rassegnazione.

 

Spalanca gli occhi ingoiando un'esclamazione mentre balza subito seduta.

Larsa indietreggia di un passo, e poi si ferma di nuovo con i piedi allineati e le mani dietro la schiena. Sul suo volto da bambino compare un leggero sorriso divertito mentre la guarda che cerca in tutti i modi di capire se ha qualche filo di paglia fra i capelli o se per caso le si è sciolta una treccia.

 

« Ti ho svegliata?» domanda, con tono misurato, in quella maniera composta ed educata che appartiene solo a lui.

Lei lo guarda un attimo, immobilizzandosi.

« Mi sono addormentata?» domanda a voce alta, più a sé stessa che a lui, confusa dalle sue stesse parole.

 

Larsa annuisce appena, ma cerca di metterla nuovamente a suo agio non appena vede che le sue guance, dopo essere sbiancate, stanno iniziando a ricolorarsi fin troppo in fretta.

« Non volevo disturbarti.» si scusa, poggiandosi una mano sul petto in un gesto cortese « Pensavo che Vaan ti avesse offesa. Volevo accertarmi che stessi bene.»

 

Lo dice in questa maniera così dolce e sincera che Penelo quasi dimentica tutte le offese di Vaan, le cancella. Ora potrebbe anche andare da lui per chiedergli scusa per prima.

 

« Non mi ha offesa.» gli risponde con un sorriso « E' solo un ragazzino cocciuto a cui serve la balia.»

 

« E' per questo che sei qui, giusto?» Penelo sa che la domanda di Larsa non è invadente e che nel suo tono non c'è neppure la più piccola traccia di malizia. Gli risponde annuendo vigorosamente. Vaan è un idiota.

 

Gli angoli della bocca puerile di Larsa si piegano ancora verso l'alto:

« A volte penso che tu sia davvero troppo buona, Penelo.» sussurra, fra le sue piccole e leggere risate « A causa di Vaan sei stata rapita da dei cacciatori di taglie eppure lo segui ancora. Ti ammiro davvero.» è molto da Larsa il modo in cui eclissa la fase della storia dove è lui - non quel deficiente di Vaan - a strapparla dalle grinfie dei cacciatori. Non vi accenna neppure minimamente, come se la cosa non avesse valore.

 

Penelo lo osserva mentre si siede accanto a lei, facendo scivolare gli stivali in stile imperiale sull'erba, sospirando sommessamente mentre poggia tutto il proprio peso sui palmi aperti delle mani. Non sembra curarsi dell'estrema delicatezza della sua camicia e dei suoi guanti bianchi e non ci bada neppure quando vede che alcune dita si sono macchiate di clorofilla.

 

« Ad Archades non capita mai di poter vedere tutte queste stelle,» ammette, guardando il cielo con delle movenze molto infantili, con il naso all'insù « So a memoria i nomi di tutti i corpi celesti e di tutte le costellazioni, ma dovevano portarmi a Cerobi perché potessi studiarle dal vivo.» nessuna delle sue parole ha il tono altezzoso di chi vuole autocompiacersi, sta solo dicendo le cose come stanno « Troppe luci, troppi palazzi.» aggiunge, vedendola perplessa.

 

« Che tristezza...» le sfugge dalle labbra, in un soffio, e si pente subito di ciò che ha appena detto.

« Già.» Larsa è d'accordo, ma non da alcun segno di fastidio. E' bravo. Lo fa per non farla sentire in soggezione.

 

« Vedi.» aggiunge dopo qualche istante di silenzio, tendendo un braccio e l'indice verso il cielo, verso uno schizzo di stelle particolarmente intricato « Quella è Mateus, è la prima che appare quando il sole inizia a tramontare.» il suo dito si sposta dalla parte opposta « E lì c'e Zodiark, è la più estesa...»

 

Penelo lo ascolta e si distrae a rintracciare le linee invisibili che uniscono le stelle e disegnano nel cielo mastodontiche figure stilizzate. Larsa partecipa al suo divertimento con la sua risata cristallina e tenera; Penelo vorrebbe solo che le costellazioni non finissero mai.

 

« Noi a Rabanastre prendiamo le stelle così come sono.» ammette dopo un po', vergognandosi della propria ignoranza « Non le guardiamo per capire dove siamo o dove sorgerà il sole...aspettiamo solo che ne cada una.»

 

Le sopracciglia di Larsa si sollevano:

« Perché?»

Penelo è divertita dalla sua improvvisa curiosità.

« Perché noi esprimiamo i desideri. Quando una stella cade, puoi chiedere qualsiasi cosa.»

« E si avvera?»

« Si, la maggior parte delle volte.  Se hai espresso il tuo desiderio nella maniera giusta.»

Larsa sembra affascinato da questa usanza.

C'è di nuovo un attimo di silenzio. Ci sono dei grilli che friniscono fino allo sfinimento, ma la cosa non dà fastidio a nessuno dei due.

 

« Sai, quando ero più piccolo mio padre mi leggeva spesso libri di mitologia.» Larsa ricomincia a parlare con una leggera esitazione nella voce « Leggende che parlavano di come sono nate quelle stelle. Me le leggeva di notte, per farmi addormentare. E se lui non aveva tempo, c'era sempre qualcuno dei miei fratelli a sostituirlo.» le rivolge un sorriso impacciato, interrompendosi un attimo.

 

Penelo capisce che questo lo sta dicendo a lei, e a lei soltanto. Ha già inconsciamente aperto una piccola porta della sua mente per custodire sotto chiave il piccolo segreto di cui lui le sta facendo dono.

 

« Poi sono diventato più grande. Non mi hanno più letto nulla, potevo farlo anche da solo.» fa una pausa, di colpo intento a fissarsi la punta degli stivali « Ma a volte mi capita di pensarci. Se anche volessi che qualcuno di loro mi leggesse qualcosa, non potrei essere accontentato.»

 

Penelo deglutisce, improvvisamente consapevole della cosa terribile che lui ha appena detto.

 

I miei fratelli sono morti. Sono morti tutti. Sono morti e sono stati uccisi dal fratello che amavo di più fra tutti. Larsa lo sta urlando, lo sta urlando a squarciagola senza dire una sola parola. Penelo vorrebbe che, per una volta, lui abbandonasse quella sua espressione di nobile quiete e di saggezza.

Vorrebbe far un uso migliore della confidenza che le ha appena donato, permettergli di sentirsi al sicuro mentre quel suo silenzio ed i suoi occhi parlano per lui, le chiedono aiuto in sussurri che frusciano nelle sue orecchie.

 

Amo mio padre ed il suo impero e darei qualsiasi cosa perché rimanesse in pace, così come lui  vuole che sia. Amo mio fratello Vayne con tutte le mie forze e lo considero una delle persone più leali e nobili di tutta Ivalice. Ma ora lui mi sta abbandonando. Mi sta lasciando solo, ha preso una strada che supera i confini della mia comprensione. A volte mi chiedo - disperatamente- se sarebbe capace di uccidere anche me, se il mio semplice essere ancora vivo gli dovesse ostacolare il cammino.

 

Penelo vorrebbe dirgli qualcosa, ma un guizzo bianco sopra le loro teste attira improvvisamente la loro attenzione. I loro sguardi volano al cielo nello stesso istante, e fanno appena in tempo a cogliere la scia morente di una stella appena caduta. Gli occhi di entrambi si fanno grandi mentre balzano in piedi all'unisono.

 

« Larsa, una...!» Penelo sente che le dita di lui si sono avvolte con forza intorno alle sue. Sta cercando un silenzioso conforto, qualcosa che non sarà mai capace di chiedere a voce alta. Sta implorando sé stesso di riuscire ad essere forte, sperando solo che tutti i suoi sforzi possano portare a qualcosa che tenga lontana la guerra da tutto ciò che ha di più caro al mondo.

 

Lei ricambia la stretta mentre lo guarda chiudere gli occhi ed esprimere silenziosamente il suo desiderio, sperimentando quella nuova e sconosciuta tradizione di Rabanastre.

 

E poi esprime anche lei il suo.

Per un attimo, in quell'istante di magia e folle superstizione, possono giocare a tenersi per mano come bambini  - la bambina che lei non è più, e il bambino che lui rifiuta di essere - incoraggiandosi a vicenda con la promessa di una desiderio espresso guardando la stessa stella cadente.

 

Allora Penelo pensa che le piacerebbe poter guardare il cielo assieme a lui tutte le notti, a partire da questa, ma per un solo istante, prima che le loro mani si dividano.

 

 

 

 

(act. 0) - Fine

 

 

 

 

---

Nota dell'autrice: ç_ç per evitare qualsiasi tipo di fraintendimento, i numeri inseriti all'inizio degli atti si riferiscono all'età di Larsa e Penelo. Quindi la seconda scena è mooolto anteriore rispetto alla prima :3

Adoro LarsaxPenelo <3 Mi sentivo in dovere di provarci. Ultra gradite critiche e co :3

 







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