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Delay ~ By Frances
Final Fantasy VII - R - Sentimentale + Serio - COMPLETA - Pubblicato: 27/10/07 - Aggiornato: 3/11/07
ID Fanfiction: 1760 - Commenti: 30
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Delay




Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiri;

Nescio, sed fieri sentio et excrucior.


Odio e amo. Forse ti chiederai come sia possibile;
Non lo so. Ma sento che accade e mi tormento.

- Carme 85, Catullo



 

 

Parte I - Captivity 

 


Fu svegliata da un roco bisbigliare. Sembrava che le voci di due uomini si sovrapponessero in un dialogo divertito a breve distanza da lei, ma aveva ancora la testa troppo confusa per comprendere quanto effettivamente fossero lontane o vicine, o cosa stessero dicendo.



Battendo le palpebre tentò in tutti i modi di risollevarsi in ginocchio, allontanando quel pavimento freddo e duro su cui era stata distesa per fin troppo tempo. Avrebbe voluto capire che razza di posto fosse quello o il motivo del dolore alla testa, del fastidio martellante che percepiva lungo la schiena.



I muri spogli che la circondavano delimitavano una stanzetta stretta ed angusta che sarebbe stata completamente buia se non per le fioche lame di luce che filtravano fra le spesse sbarre allineate in cima alla porta. Vedeva delle ombre confuse proiettarsi all'esterno in una danza caotica, seguendo il ritmo cantilenante di quelle voci atone.



Non capiva dove si trovasse e le fitte intense di dolore che le percorrevano il corpo facevano in modo che formulare un pensiero compiuto fosse improvvisamente diventata l'impresa più difficile e faticosa che le fosse mai capitato di intraprendere.



Gli abiti le si appiccicavano addosso ed i capelli le ricadevano in ciocche sulla fronte, fradici di sudore.



Non ricordava. Le immagini più vivide prima di quelle quattro mura grigie e di quelle voci erano solo luce, fuoco, chiasso. Forse un'esplosione. Forse delle mani guantate che la afferravano e le tappavano violentemente la bocca, tirandole i capelli.



Forse aveva opposto resistenza, forse no. Dei lividi ancora freschi sulla gola e sulle braccia sembravano testimoniare una qualche colluttazione...o se li era fatti inciampando su quella spessa condotta di Mako?



Scosse il capo, massaggiandosi il collo mentre riusciva finalmente a mettersi seduta. Il muro freddo e duro sembrava di colpo più confortevole del pavimento.




Bene, si disse, mentre improvvisamente la forma di quelle sbarre le appariva familiare. Ti hanno presa e sei in gabbia.




Mano a mano che il respiro diventava più regolare e la sua testa si schiariva, le voci maschili oltre la porta si fecero più distinte. Sembravano attutite, forse soffocate dagli elmi stretti della divisa regolamentare.



«...ha detto di restare qui, il rosso.»



« Un giorno glielo ficco in gola quel maledetto tesserino che sventola in giro. Per non dire altro.» il disprezzo e la rabbia nel loro tono era palpabile.



« Ma che vuoi farci, se parla un Turk devi stare zitto e obbedire.» uno dei due fece una pausa, tirando su con il naso « Anche se si tratta di assecondare la loro pigrizia. O la prepotenza.»



« Se no ti scordi lo stipendio.» aggiunse l'altro, come a mettere fine alla discussione.



Rimasero per qualche istante in silenzio, riflettendo sui loro personali dilemmi riguardo tutto ciò che riguardasse lavoro, superiori ed incarichi sgraditi.



« Beh, per lo meno non ci ha ordinato di fare la guardia ad uno di quei bestioni della resistenza di Corel.» un sorrisetto malizioso apparve sulle loro labbra mentre il più alto dei due faceva un cenno del capo in direzione della spessa porta alle sue spalle « E' una gattina con gli occhi grandi e le unghie affilate...»



«...e in quanto a curve fa invidia alle apine sfacciate dell'Honeybee Manor.» i loro risolini sommessi si sovrapposero disgustosamente l'uno all'altro.



« Quando pensi che il Presidente verrà a vederla?» la domanda era un po' seccata.



Il più alto dei due sistemò il lungo fucile in una posizione più comoda, facendo scorrere la sottile canna lungo la spalla:



« Due, tre giorni. Forse una settimana. I pezzi grossi non trovano mai il tempo necessario ad occuparsi di ragazzine ribelli quando se ne stanno già interessando altri pezzi grossi.»



L'altro sbuffò, frustrato:



« Ciò significa altre noiose seccature Turks. O magari peggio.» si guardarono:



« Siamo in buona compagnia, almeno...»



Il boato alle loro spalle li fece sobbalzare, mentre le sbarre e la porta fremevano, scosse improvvisamente da profondi e violenti tremiti. Balzarono in avanti, ingoiando un'esclamazione ed il fiato: due mani graffiate avvolsero le sbarre dall'interno, stringendole con tanta forza che le nocche sbiancarono.



« Le api di Wall Market?» la voce della prigioniera echeggiò fra le pareti della cella, la rabbia la distorceva tanto da farla quasi assomigliare ad un ringhio « Gattina? Avete altri nomi con cui chiamarmi?» un fragore secco scosse nuovamente la porta della cella « Fareste meglio a tenere la boccaccia chiusa, cani della ShinRa! Potrei graffiarvi troppo a fondo una volta che sarò fuori di qui!»



Dopo un attimo di silenzio, i due soldati scoppiarono a ridere:



« Cosa vuoi farci, micetta?» biascicò uno dei due, sporgendosi verso l'apertura « Dovresti avere un po' di rispetto ed essere contenta che non apriamo il lucchetto.» scambiò un'occhiata invisibile con il compagno « Ci sono solo due modi per uscire di qui, con noi o senza.»



Un altro ruggito infuriato venne da dentro la cella assieme ad un ennesimo colpo alla porta.



« Provateci, bastardi! Dovete solo provarci!»



« Non provocarci.» le voltarono le spalle « Cerca solo di non fare troppo rumore fino a che non finisce il nostro turno.»



« Fatemi uscire!» nonostante tutto, continuò a tormentare il portone robusto e la forza dei suoi colpi non diminuì. Non smise di sbraitare e dimenarsi, aggrappata alle sbarre, fino a quando non si sentì troppo stanca per fare qualsiasi altra cosa se non lasciarsi andare nuovamente sul pavimento freddo.



Dare calci ai muri ed alla porta non sarebbe servito a niente, e le facevano troppo male le ginocchia e le dita per rimanere appesa alle sbarre. Non poteva permettere che i graffi aumentassero.



Batté un ultimo forte pugno sul metallo.



Accidenti! Accidenti, accidenti!



Non poteva fare nulla. Un'ennesima missione al vento e lei imprigionata nei sudici sotterranei della ShinRa. Privata dei guanti e delle Materia o di qualsiasi altra cosa se non dei vestiti.



L'AVALANCHE non sarebbe tornata a prenderla. Doveva sopportare e sopravvivere. O magari semplicemente sperare che il giudizio di quei maledetti parassiti della ShinRa si limitasse a mandarla in ergastolo alla Prigione nel Deserto.



Era una terrorista. Aveva fatto esplodere la nuova tecnologia di Scarlet. Aveva cercato di fuggire e l'avevano presa.



Si rannicchiò su sé stessa, stringendo la testa fra le mani, quasi strappandosi i capelli.



Avrebbe voluto gridare



 



[***]



 



« Tifa Lockheart.» là fuori continuavano a pronunciare il suo nome, intervallato ad AVALANCHE e Barrett Wallace.



Volti sconosciuti la guardavano di sfuggita, scambiandosi brevi parole mentre le guardie si davano il cambio e occhi Mako di varie tonalità le davano un'occhiata e poi si allontanavano.



La puzza di medicinale e di Materia le dava il voltastomaco e le faceva girare la testa; non riusciva a sentire odore diverso da quello metallico del disinfettante. Anche in quella cella buia e asciutta, sembrava che quel fetore di esperimenti e Mako permeasse non solo le pareti, ma anche tutta la gente che andava avanti e indietro per i corridoi della prigione.



Si stringeva in sé stessa, cercando di isolarsi da tutto. Dalla puzza dei SOLDIER, o dall'impazienza che quel maledetto Presidente andasse a vederla.



Non voleva neanche farsi illudere da quella sottile speranza che ogni tanto la abbracciava, quando pensava ai compagni con cui aveva cercato di fuggire dal bunker del Settore 2, subito dopo l'esplosione.



Barrett sarebbe venuto a prenderla?



Sapeva di non doverci contare troppo.



Se non riusciva a fuggire da sola, allora probabilmente sarebbe tutto finito lì.



Una voce familiare lungo il corridoio le preannunciò una di quelle solite visite poco gradite.



I due occhi verdi leggermente colorati dal Mako apparvero davanti alle sbarre proprio mentre i soldati di guardia si congedavano.



Tifa li sfidò con un'occhiata, mettendosi in piedi. Non avrebbe ceduto e non si sarebbe mai concessa il lusso di mostrare a chiunque di quei bastardi della ShinRa che stava soffrendo, o che le facevano troppo male le gambe, a forza di stare inginocchiata sul pavimento di quella cella.



Non gli avrebbe dato occasione di accorgersi che se non mangiava nulla di tutto ciò che le era offerto, non era esattamente perché il suo stomaco lo rifiutava. O che le notti insonni stavano intaccando la sua resistenza.



Per loro, Tifa Lockheart era forte, troppo ostinata e cocciuta per assecondarli in qualsiasi cosa. E non sarebbe stato facile ammaestrarla, o ammansirla, come forse speravano di fare quando le offrivano le coperte per la notte.



Se qualcuno avesse allungato la mano fra quelle sbarre, l'avrebbe morsa con tutta la rabbia repressa e con tutto il disgusto che provava per la ShinRa. Se avessero aperto la cella, sarebbe saltata addosso a chiunque fosse oltre la porta, a pugni chiusi. La conseguenza di uno sguardo troppo malizioso sarebbe stato solo uno sprezzante sputo in pieno volto.



Dopo un attimo di silenzio, una ciocca di capelli rossi scivolò davanti a quel volto leggermente incavato.



« Allora, cosa devo fare con te?» chiese il Turk mentre, sospirando, chiudeva gli occhi e poggiava un braccio sopra le sbarre « Sai che se non mangi, muori?»



Tifa non rispose, anzi pensò che dare un energico calcio al piatto ricolmo di zuppa raffreddata fosse la risposta più appropriata. La portata di metallo si ribaltò con un tintinnio sordo, mentre tutto il cibo si spargeva sul pavimento.



« Bene.» sentenziò freddo l'uomo, dando poca importanza al suo gesto « Se vuoi cambio domanda.»



« Prova pure, la risposta sarà sempre la stessa.» la voce le gorgogliava in gola, sorgente di una furia incontrollata.



« Cioè, quale, esattamente?» ribatté l'altro, sarcastico, ed i suoi occhi assunsero di colpo un'espressione aggressiva « cerco di essere cordiale, ragazza. Ma non ti nascondo il fatto che se lo faccio è solo perché se muori, mi levano lo stipendio di una vita.» il volto tornò tranquillo « Bene, ora. Se vuoi posso portarti del pane e posso chiamare Hojo per farti curare. Posso tenere lontana Scarlet fino a quando il Presidente non verrà - e già così ti evito di essere massacrata e pestata più di quanto non ti sia già stato fatto da quegli idioti che ti hanno acciuffata dopo l'attentato.» fece una pausa, sospirando nuovamente di noia « Posso anche farti compagnia, se non ho nulla di meglio da fare, e posso procurarti qualsiasi cosa ti serva, nei limiti del permesso. In breve, non voglio avere problemi né con te, né con chiunque altro. Ma devi capire...» il tono divenne più teso « che se non collabori non ne esce nulla. Nulla.» rimarcò l'ultima parola sollevando la voce.



« Non mi serve niente, Turk.» tagliò corto Tifa, lanciandosi contro le sbarre. Il rosso non ebbe nessuna reazione e rimase fermo immobile dov'era « Mi serve solo il tempo necessario a pensare tutto ciò che vi farò non appena sarò uscita da qui.» colpì con un pugno la porta, ma anche questa volta l'uomo non batté ciglio « e che Scarlet continui pure a piangere il suo Reattore o la sua nuova creatura. Un giorno sarete voi a mangiare la polvere dei bassifondi, parassiti della ShinRa!»



Il Turk tirò su con il naso:



« Bene, signorina Lockheart.» concluse, con una sorta di pigra rassegnazione nella voce « Non ho molto tempo per le negoziazioni, né la voglia. Dopotutto qualsiasi cosa il Presidente decida di fare di te non rientra nelle mie competenze.» se ne andò impartendo ordini lungo il corridoio, mentre due soldati tornavano a sorvegliare la cella di Tifa.



Lei continuò ad avventarsi contro la porta con tutte le sue forze, lanciando maledizioni a lui e a tutta l'azienda per cui lavorava fino a quando la stanchezza non la portò ad addormentarsi in un sonno profondo sullo scomodo cemento.



Non avrebbe mangiato. Non avrebbe permesso a nessuno di compatirla.



Voleva solo vedere il presidente, quel grassone che se ne stava nel suo ufficio a fumare il sigaro mentre Midgar ed il Pianeta venivano uccisi sotto i suoi occhi.
L'avrebbe guardato senza paura e si sarebbe presa la soddisfazione di lasciargli un occhio nero, di rompergli qualche arto prima che la immobilizzassero e decretassero la sua condanna.



Ormai valeva la pena di farlo.







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