Tutti i personaggi sono di proprietà della Square Enix, tranne alcuni di mia creazione.
Capitolo I
Buon giorno, Tifa.
Chissà da quanto tempo ce l'ho, quest'abitudine di darmi il buon giorno da sola.
Ore 6.13.
Lo so già prima di guardare le sveglia. Chiamala un po' abitudine, o orologio biologico, fatto sta che mi sveglio a quest'ora da... non lo so da quanto, un'infinità di tempo, comunque.
Mi rigiro un po' sul materasso, sento qualcosa di morbido accanto a me e sospiro. Si è infilato di nuovo nel mio letto. Il mio inalterabile senso del dovere già urla che devo alzarmi, così, un po' infastidita, obbedisco cercando di non svegliare l'intruso accanto a me. Non ce la faccio a trattenermi dal sorridere, sembra un angelo addormentato. E già la mia mano è sulla sua fronte, a scostargli qualche ciocca ribelle.
Ok, ora basta sollazzarsi, devo alzarmi. Con un moto d'energie raccolte alla meno peggio, mi tiro su e vado in cucina. E qui comincia la giornata.
Caffè per me, rigorosamente senza zucchero e bello forte; latte intero scaldato per lui, vicino alla tazza appoggio i cereali al cioccolato, così può mettercene quanti gli pare. Oh, quasi dimenticavo. Prendo il succo d'arancia nel frigo, lo verso in un bicchiere e glielo appoggio accanto al latte. A me non piace, lo compro solo perché lo vuole lui. Ma questo non glielo dico, altrimenti non lo beve più.
Via, devo farmi la doccia. Mi piace la doccia di prima mattina. E mi piace anche tutta questa tranquillità che posso permettermi nel fare le cose, nel vivere ogni giornata. Pensavo che non avrei mai potuto avere uno stile di vita così calmo e rilassato. Prima con l'università -Dio che incubo di caos è stato- on potevo permettermi di bere un caffè in santa pace, non potevo fare la doccia con calma alla mattina; dovevo correre, correre, correre e basta, senza fermarmi un attimo, senza cibo né riposo. Studio, lavoro, studio, lavoro... sempre così, in un gigantesco imbuto che tirava verso il basso, girando continuamente, un'immensa spirale di disordine di cui riesco solo a ricordare solo particolari insignificanti in un grande vortice confuso di colori, suoni e avvenimenti.
E poi all'università non andava mica bene.
Io non andavo bene, io non... non ero io e basta. Non mi rispettavo, non avevo nessuna cura di me stessa. O forse ero solo depressa, chi lo sa. Ma di sicuro ero arrivata al limite, non ce la facevo più. Uno di quei neri periodi infiniti da cui sembra non uscirai mai più.
E invece ce l'ho fatta, ne sono uscita. Brava Tifa, una volta tanto.
Con una fatica immensa e con un dolore che sembrava spezzarmi, ma ce l'ho fatta. Andate al diavolo tutti, io me ne torno a casa. Non l'ho detto, perché sapevo che altrimenti non l'avrei fatto. E invece, guarda qua, a casa ci sono eccome.
Nibelheim, una abitazione non troppo grande ma comoda, un buon lavoro da barista, una rilassante doccia calda e un caffè bollente.
Ah, e quel mezzo parassita nel mio letto.
Va bene così, anche senza laurea e tutto il resto. Se fossi rimasta, ora dove sarei? Mah, meglio non pensarci, altrimenti mi viene il malumore. Esco dal bagno, pulita e profumata, completamente sveglia, con gli abiti da lavoro già indosso. Mi sento pure carina. Non bella, ma un po' carina sì, via, che c'è di male. Sono le sette meno un quarto.
Brava, Tifa, con più calma la prossima volta.
Mi dirigo verso la camera da letto, è ora di svegliarlo. Apro la porta, ma... oh, sorpresa!
E questi sono i momenti in cui mi viene da ridere. Ma da ridere tanto, non per divertimento, ma per la gioia, per tutte queste piccole cose che mi fanno veramente felice.
Si è già alzato, ha aperto la finestra, ha messo fuori i cuscini a prendere aria e rifà il letto.
Più lo guardo e più mi dico: ma è possibile che questo ogni mattina è sempre più bello?
Bello, bellissimo, fantastico, straordinario. Forse non ha un fisico abbastanza muscoloso, forse è un po' magrolino. Forse quegli occhi strani lo fanno un po'... diverso, ma è meglio così. Forse non è abbastanza alto - mi arriva a malapena all'ombellico-, ma è perfetto così, ci metterei la mano sul fuoco, anzi, tutte e due.
Rei Valentine, l'uomo della mia vita.
Capelli lisci e scuri, come i miei. Occhi color amaranto, come i miei. Fisico d'acciaio, come il mio. Forse il carattere è un po' diverso, lui ha dei modi di fare talmente eleganti e delicati che ad una persona rozza e disordinata come me non si addicono affatto.
"Dai, muoviti, ci penso io"
Alza lo sguardo e mi fissa come se bestemmiassi. Bhè, forse gli occhi sono più del padre... pure i capelli... boh, vai un po' a capire a chi assomiglia di più. Sicuramente non potrebbe essere figlio di qualcun altro.
Proprio così, Rei Valentine, mio figlio.
Mio.
Sono sette anni e mezzo che c'è l'ho tra i piedi, il moccioso, e ancora non riesco a raccapezzarmi di avere un figlio mio. Mio, un piccoletto che se ne va in giro per casa e mi guarda con i miei occhi, che si pettina i miei capelli, che mi sorride con le mie labbra.
"Fammi finire"
Lo dice con quel suo modo educato, quasi a farlo risultare una piccola preghiera; ma lo so che sotto c'è un ordine implicito. Lo lascio fare, mi piace vedere quello che combina. Come si concentra nel fare una faccenda che io sbrigo in tre minuti. E' proprio bravo. Bhè, forse la riga dei cuscini e venuta un po' storta, ma a chi importa?
"Ecco fatto"
Si tira giù le maniche del pigiama che aveva rimboccato e mi guarda. Dio, mi mette in difficoltà quando mi osserva in quel modo. Come se volesse la mia approvazione per ogni cosa che fa. Lo so di non essere semplicemente sua madre, lo so che sono il suo eroe. Ma... eroe di cosa? Io non ho fatto niente. E allora perché fa tutto ciò che faccio io, perché se io dico che il cielo è rosa shocking lui pende dalle mie labbra come se stessi dicendo la più sacrosanta verità, perché tutte le mie azioni per lui sono l'esempio di vita? Quando fa così, mi fa paura. Ho paura, tanta paura, di deluderlo.
Gli sorrido, e lui si illumina come se lo avessi premiato. Sì, mi fa decisamente paura.
"A scuola!"
Il mio ordine imprescindibile, pronunciato con un giusto dosaggio di severità e ironia, lo fa filare verso la cucina, dove stavolta, è la sua giornata ad iniziare.
Un figlio, Tifa Lockheart, un figlio.
Incredibile.
*-*-*-*-*-*-*-*-*-*
Come diavolo avevo fatto ad essere così stupida da ragazza, a voler andare a Midgar?
A studiare, poi.
Ma che mi passava per il cervello?
Dire che a Nibelheim ho tutto, è dire veramente troppo poco. Si dovrebbe già capire la situazione facendo presente il fatto che il bar dove lavoro è a cento metri da casa mia e la scuola elementare frequentata da Rei è esattamente davanti al locale, sull'altro lato della strada. E questo non è nulla.
Il bar è il posto più tranquillo del mondo, la clientela gentile, il lavoro non è poco ma nemmeno distruttivo come nei pub a Midgar dove aprono alle undici di sera e chiudono alle tre. No, qui si apre la mattina alle otto e si chiude la sera alle otto, alle dieci in estate. Più preciso di così. Non devo lavorare durante tutto l'orario, faccio una volta mattina e una volta pomeriggio, a giorni alternati. Ah, e oltretutto sono strapagata.
E' ora di pranzo, fra un po' stacco. Sento un tipo al tavolo tre che chiede se serviamo anche il pranzo. Gli rispondo di sì, allora questo attacca discorso. In un attimo mi accorgo che ci sta provando. Eh no, amico.
"Se vuole può restare, ma se ne occuperà una mia collega, io per oggi ho finito" gli dico in modo cordiale, ma leggermente freddo.
"E cosa fa dopo?".
Mi guarda come se volesse spogliarmi. Gli lancio un'occhiata gelida e lo zittisco in un attimo:
"In palestra con mio figlio"
Un'altra cosa che abbiamo in comune. Rei, come me, stravede per le arti marziali. E' un bambino calmo, gentile ed educato, ma al dojo è una furia. E' una cosa che gli piace molto, si impegna. E io non lo biasimo, sono una patita di questa roba. Forse è anche per questo che mi vede un po' come un modello. E, onestamente, anche io sono abbastanza orgogliosa del mio onoratissimo, sudatissimo e - devo dire- meritatissimo quinto dan di cintura nera. Mi manca un anno per il sesto, e so di potercela fare, di dovercela fare. E' il mio sogno. Persino a Midgar, accavallando impegni su impegni, magari studiando di notte o nelle pause del lavoro, non ho mai saltato un allenamento.
Nemmeno Rei, se è per questo, se la cava decisamente bene. A sette anni è già cintura arancio, un ottimo risultato, direi. E fra poco prenderà la verde. Ma che dico, non se la cava bene, è proprio bravo.
"Ma dai, sta scherzando"
Oddio, questo non molla.
"Lei non può avere un figlio"
"Come no"
Non mi importa, ci sono abituata a tipi del genere. Lo lascio continuare, giusto per passare un po' il tempo mentre lavo i bicchieri.
"E' troppo giovane"
Mi viene un po' da ridere, ma mi fa piacere. Lo so di non essere invecchiata moltissimo, gli allenamenti mi tengono in forma e, fortunatamente, nessuna smagliatura dopo parto. Riguardo le rughe, bhè, quelle ancora non si sono fatte vedere, grazie al cielo.
"Quanti anni ha?"
"Non si chiede l'età delle signore" lo ammonisco con gentilezza. Voglio sentire ora che dice. Sentiamo questi numeri, che poi li gioco.
"Venti?"
Stavolta scoppio a ridere veramente.
"Per favore, non mi prenda in giro"
"Va bene, venti... quattro?"
Continuo a ridere. Divertente questo tipo.
"...‘nticinque?"
Mamma mia, questo va proprio a caso.
" Via, me lo dica!"
Ci rifletto un attimo, poi sospiro.
"Più sette..."
"Ha più di sette anni? Non c'avevo fatto caso"
"No!" poggio l'ultimo bicchiere e mi dirigo verso la macchina del caffè, per prepararne uno "Venticinque più sette" gli metto davanti la tazzina "tenga, questo lo offre la casa"
"E perché?"
"Così almeno risparmia i soldi per l'oculista. Lei ha la vista un po' bassa, credo"
"Oh, no. Ci vedo benissimo. Ma accetto comunque, grazie"
Il nostro inconcludente discorso viene interrotto dal suono della porta che si apre. Riconosco il rumore ad istinto. Quando entra un cliente l'anta scricchiola leggermente, poi si richiude con un tonfo. Invece no, con lui è diverso. Spalanca velocemente, come se avesse fretta, poi si ferma all'improvviso e accompagna la porta con le mani, per non farla sbattere. Anche senza vederlo, avevo già intuito che stava arrivando. E' come se quando suonasse la campanella della scuola, ne avvertissi il suono dentro di me. E mi sembra quasi di vederlo, che va con calma verso il cancello, senza fiondarsi come fanno gli altri, arriva sul bordo del marciapiede, guarda minuziosamente a destra e a sinistra, e poi via, attraversamento velocissimo, tutto di corsa fino al bar.
Alzo gli occhi e mi stupisco nel vedere che, diversamente dal solito, non è solo.
"Ciao" mi rivolgo sia a Rei che all'altro, con un vago senso di gioia e soddisfazione nel vederli insieme.
Il primo viene velocemente verso di me, mi salta praticamente addosso. Si attacca alle mie gambe, mentre io mi chino a scoccargli un bacio sulla guancia. Lo fa sempre, come se la scuola per lui fosse una tortura solo per il fatto che ci separa per più di cinque ore. Non è mammone, né appiccicoso. Solo... come se fosse devoto. Come se al mondo volesse che esistessi solo io, tutta per lui. Mi sento strana, indegna. Io non merito tutto il bene che mi vuole questo bambino, non merito la sua ammirazione, la sua fiducia. Non sono perfetta, ho più sbagli alle spalle che capelli in testa. E lui mi guarda come fossi la sua dea. Ma vorrei che non crescesse mai, che rimanesse sempre così, buono, ubbidiente e innamorato di me. So che fra qualche anno cambierà, che l'adolescenza lo tirerà via dalla sua illusione che il mondo gira intorno alla mamma; allora, mi godo questo periodo, in tutta la pienezza con cui posso gustarmelo.
Alzo lo sguardo per prestare attenzione al suo accompagnatore. In tutta la mia vita, non c'è mai, mai stato un giorno che non avesse addosso qualcosa di rosso. E' decisamente il suo colore preferito. Rosso, ancor prima che si avvicini e mi saluti, sento come se l'intero bar fosse diventato cremisi dal momento in cui ha messo piede qui.
"Vincent, qual buon vento" gli dico scherzando, ma non poi così tanto, è un bel po' che non si fa vivo, oltre le telefonate.
"Non so, maestrale? Puoi scegliere se vuoi. Preferisci tramontana?" si siede al bancone, con uno sventolio purpureo, forse più nella mia testa che nella realtà.
"Intendo dire, cosa ti porta qui nei bassi fondi?"
Non riesco ad abbinare Vincent a Nibelheim. Anche se so che ha vissuto qui per la maggior parte della sua esistenza, ho sempre creduto che lui fosse troppo... non so, elegante, troppo aristocratico per una provincia così fuori dal mondo. Infatti, adesso sta a Midgar. Chissà come fa a viverci? Io odio Midgar.
"Non ci crederai mai, Tifa. Improvvisamente, ho scoperto di avere un figlio"
"Non ci credo!"
"Credici, ti dico. E qualcosa mi suggerisce che sia questo piccoletto"
Batte leggermente il palmo della mano sulla testa scura di Rei, e lui ride. Sono contenta che Vincent sia venuto, ho bisogno della sua presenza ogni tanto.
"Mamma, io vado in bagno"
Fila via, va sempre di corsa quando è in un posto chiuso quando all'aperto non lo fa mai invece. Ci lascia da soli, ai nostri affari. Incredibile come non ci sia nemmeno un filo d'imbarazzo, né di tensione nell'aria.
Ah, Vincent, sono proprio contenta di vederti. Ogni tanto, presa dalle mie abitudini, mi dimentico di te. E mi sento terribilmente in colpa per questo. Tra noi non c'è niente, è palese, ma sei comunque l'uomo migliore che abbia mai avuto. Probabilmente l'unico con cui avrei mai potuto fare un figlio. Non so, forse lo penso solo perché Rei è venuto talmente perfetto da sembrare irreale, o forse perché in tutto il tempo che siamo stati insieme non mi hai mai fatto stare male una volta. L'unico da cui avrei potuto divorziare senza conseguenze negative. Incredibile come la separazione ci abbia uniti, Vincent.
Ho perso un marito, ho trovato un amico, forse il migliore. No, il migliore no... ma non ci voglio pensare.
"Come va il lavoro?" glielo domando davvero, non per chiacchierare, mi interessa sul serio.
"Bene, ma ultimamente non abbiamo molto da fare"
Meglio così, meno rischi. Mi preoccupo veramente per te, Vincent. Un Turks, chissà come gli è venuto in mente di fare un mestiere del genere. Una specie di agente segreto, un corpo speciale di una compagnia importante, la Shinra. Un'organizzazione di pezzi grossi. Sembra interessante, ma sinceramente, non mi attira come prospettiva di vita. Vorrei chiederti cosa ti fanno fare, ma lo so che non puoi dirlo, quindi sto zitta, non ti voglio mettere in difficoltà.
Chiacchieriamo, come due vecchi amici. In fin dei conti, è proprio quello che siamo. All'improvviso, spunta fuori Rei, urlando qualcosa. Mi guardo intorno, ma per fortuna il locale è vuoto. Non ci avevo fatto caso che il tipo di prima se ne era andato.
"Che c'è?"
Parla velocemente, non riesco a capirlo. Ha cacciato fuori dallo zaino un tubetto e me lo sventola davanti agli occhi, farfugliando qualcosa sul fatto che glielo ha dato un amico. Gli fermo la mano con delicatezza, se non sta buono non riesco a capire cos'è, quindi non posso verificarne l'eventuale dannosità.
Gel per capelli. Certo che questi bambini hanno dei modi di giocare davvero strani.
"Posso provarlo, posso?" saltella sul posto, impaziente. Strano come un po' di gelatina faccia questo effetto.
Ma perché devi sempre chiedere il permesso per fare qualsiasi cosa? Lo so che non vuoi la mia autorizzazione, ma la mia approvazione. So che se io adesso dicessi che il gel mi fa schifo tu lo lanceresti dalla finestra. Ma non ho niente in contrario, spesso mi tocca dirti di sì solo per il fatto che se non lo facessi saresti capace di diventare un burattino anziché un bambino.
"Ok, ma non esagerare"
"Ci deve essere dietro una donna..." commenta Vincent.
Rei scuote la testa, poi entusiasta -per così poco?- scatta di nuovo verso il bagno, mentre io e Vincent riprendiamo il discorso. Stavolta è lui a chiedere di me.
"Al solito, niente di nuovo. Stamani c'era un tipo che mi credeva ventenne"
Cosa ti devo raccontare, Vin? La mia vita non è interessante come la tua, ma a me basta.
"E' che sei bellissima"
Rido di nuovo, come con il tizio di prima. Ma so che lui lo dice veramente. Chissà perché mi fa sempre tutti questi complimenti. Mi ha sempre ricoperto di lusinghe, anche senza nessun motivo.
"O forse" continua "la tua gonna è troppo corta per una trentenne avanzata"
"Avanzata?" mi fingo indispettita, ma so che un po' ha ragione. Non c'è bisogno che me lo dice, mi rendo conto da sola che mi vesto come una ragazzina. Ma non voglio mica sembrare più giovane, è solo che mi piace questo tipo di abiti. Odio le gonne sotto il ginocchio perché mi bloccano le gambe, e odio qualsiasi tipo di pantalone largo, piatto e di stoffa. I miei vestiti sono vari, dal casual all'elegante, ma quasi sempre bianchi e neri, o blu, comunque. Se non porto addosso un colore chiaro abbinato ad uno scuro vado in paranoia. Forse lui ha la stessa fissa con le cose rosse.
"Cosa combina quello in bagno? Ci sarà affogato nel gel, ormai" fa lui.
Lo guardo interrogativa. Effettivamente, è passato più di un quarto d'ora.
"Vado a vedere"
Avrà sicuramente combinato un casino. Sospiro, ma vabbè, che vuoi a questa età. Entro nella piccola toilette e quasi mi viene un colpo. Ci sa fare, il ragazzino. Gli ci è voluta un'eternità, ma gli sono venuti bene. Ciuffi dritti sulla testa e sulla nuca, uno in particolare più pronunciato. La frangetta gli è rimasta giù, insieme a due ciocche ai lati delle guance, una più lunga dell'altra. Mi sono sempre chiesta come si faceva a farli in quel modo, chissà come c'è riuscito.
Dio, è veramente...
Non lo so, mi manca il fiato. E qualcosa mi dice anche che mi viene da piangere, ma me lo impedisco fermamente. Però mi sento... neanche io so dire come. So solo che non è la prima persona che vedo così intenta davanti allo specchio a sistemarsi i capelli. Sento qualcosa che mi preme sul petto, come un macigno, una morsa intorno al cuore, ai polmoni, allo stomaco. Mi avvicino lentamente a lui, vorrei dirgli che sta veramente bene, ma forse lo sa da solo. E qualcosa mi impedisce di guardarlo e sorridere.
"Sembri un chocobo"
Mi esce così, in tono neutro. E il cuore mi parte all'impazzata, sembra voglia esplodere. Lui non avverte nulla per fortuna, e continua a sistemarsi i capelli. Ti prego, fa che non si giri adesso. Perché probabilmente se lo facesse vedrebbe sul mio volto una Tifa che non ha mai visto.
"Cos'è un chocobo?"
Domanda innocente di una piccola mente curiosa. Un chocobo... già. Lui non lo sa, non credo ne abbia mai visto uno.
"Un uccello molto grande con le piume tutte dritte in testa"
Cerco di controllare il mio tono di voce, di farlo risultare in modo che capisca che non è un giudizio negativo. Non lo so se ci riesco, devo riuscire a calmarmi.
Perché, no Tifa, tu non sei per niente calma.
"Tipo uno struzzo?"
"Sì, ma molto più carino. Sembra un pulcino gigante"
Rei si guarda bene allo specchio per un attimo e poi batte il piccolo pugno sul bordo del lavandino in maniera stizzosa.
"Basta, non mi piace"
Tiro un sospiro di sollievo tremante. Non che non mi piacesse, anzi. E' solo che... li aveva fatti troppo bene, troppo... troppo in quel modo dritto, particolare, unico, inconfondibile.
Troppo da chocobo.
All'improvviso apre l'acqua e ci infila la testa sotto. Tiro un urlo, lo afferro per le spalle e lo tolgo da sotto il getto.
"MA SEI IMPAZZITO!?!?!"
Lui mi guarda con calma, come niente fosse, bagnato fradicio. Fa le spallucce.
"Tanto è calda"
Poggio la mano sulla sua testa umida. Sì, è calda per fortuna. Ma questo diminuisce solamente la possibilità di un raffreddore, non la evita. Sbuffo, afferro un asciugamano e prendo a frizionargli capelli.
"Che succede?"
E' arrivato anche Vincent.
"Tuo figlio ha dato i numeri"
Non c'è bisogno che gli spieghi, le circostanze parlano da sole. Prende anche lui un panno pulito e mi aiuta. Tengo gli occhi bassi, non mi va di guardarlo. Se mi vede capisce in un attimo che sono sconvolta, mi conosce abbastanza. E non perché Rei si è fatto la doccia.
Sento che protesta leggermente sotto gli asciugamani. Smetto un attimo e gli passo la mano nella chioma corvina, per sistemarla. Bene, sono già quasi asciutti. E lisci, grazie al cielo.
Come i miei.
Come quelli di Vincent.
E il mio cuore riprende la sua andatura normale.
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Salve a tutti. Ho finalmente deciso di postare qui questa fic a capitoli, spero che possa farvi piacere. Se qualcuno di voi l'ha già incontrata in un altro sito, avverto che questa versione sarà leggermente differente, in quanto è sotto stretto controllo della mia fidatissima beta-reader Lennie che, purtroppo, quando cominciai a scrivere la fic, non avevo (un abbraccio a Lennie). Vi ringrazio se avete letto e gradito, ma anche se siete saltati alla fine e vi ha fatto schifo ^^ Ogni commento è ben accolto, anche quelli di natura negativa, se volete.
Arrivederci al prossimo.