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Dark Outside ~ By LunarBlade_Valentine
Final Fantasy VII - PG-13 - Drammatico + Generale - Traduzione - COMPLETA - Pubblicato: 28/9/07 - Aggiornato: 17/1/09
ID Fanfiction: 1740 - Commenti: 46
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Dark Outside


Autore: LunarBlade Valentine
Descrizione: Una storia sul Vincent di Advent Children. Perché lui e Marlene sembrano essere buoni amici? La cosa mi ha sorpreso. Come ha fatto il suo mantello a ridursi in quelle condizioni, tutto stracciato, in soli due anni? E perché, perché i suoi piedi sono così dannatamente GROSSI? In realtà, mi sono detta che era abbastanza tenero che riuscisse ancora a muoversi così velocemente nonostante quei cosi giganteschi… Povero Vincent; per non parlare di quanto è pucciosamente figo quando fa le sue entrate…(la linfa vitale di ogni fangirlXD ndT)

Genere: Dramma con un velo di umorismo. Vince sembra essere dotato di un buono spirito nel film… Nelle due frasi in cui parla di qualcosa che non sia la Geostigma.

Spoiler: nessuno, veramente. Vince è figo nel film, nel caso non l’abbiate notato.

Note: Questa è la prima fanfic che scrivo da, tipo, due anni. Credo di aver perso il mio stile, e ho bisogno di ritrovarlo. Per favore, aiutatemi recensendo intelligentemente!
Oh, ho anche dato la Cerberus a Vincent, quella pistola/fucile a tre canne che ha in Dirge of Cerberus e AC. Non ho la più pallida idea di dove l’abbia presa. Non vedo l’ora che arrivi DoC (la fanfic è di qualche anno fa, perciò se notere qualche incongruenza con quest'ultimo gioco è per questo ndT)!
… Ma perché ha i piedi così grandi?


 

Dark Outside

 

 

Non c’è voluto molto per distrarmi, nei giorni immediatamente successivi a Meteor. Sapevo che questo mondo era ed è differente da quello in cui sono cresciuto. Sono come un dinosauro obsoleto. Obsoleto e fuori posto. Non sarà mai il mio mondo. Non sarà mai casa mia.

E quando sarà finito tutto, quando le celebrazioni saranno concluse e tutti saranno andati per la loro strada, io sarò solo. Era questo quello che volevo, ad ogni modo. Non c’è nulla dell’isolamento che mi spaventi, se non il pensiero di un’angusta bara chiusa. Penso di essere diventato quasi claustrofobico. Non che importi.

Una parte di me ha fame di un qualcosa che nessun cibo potrà mai soddisfare, e so già che probabilmente avrò bisogno di una vita intera prima di scoprire di cosa si tratti. E’ sempre stata lì? Dove ho perso la grinta che avevo un anno e mezzo fa? Un anno e mezzo che pesa come una generazione intera. Un sonno che mi ha portato via la mia generazione, il mio scopo, il mio posto nel mondo.

Avevo mai avuto un posto nel mondo? Forse no. Mi ero fatto una posizione con cadaveri di uomini. Mi sentivo al sicuro e confortato dal pensiero di star facendo qualcosa della mia vita. Il sangue caldo di altri per saziare un cuore freddo.

Forse quello che stavo cercando era-

Qualcuno mi tira il mantello, e io mi volto. Forse la mia espressione ha lasciato trapelare qualcosa della mia avversione per le interruzioni, perché la piccola Marlene indietreggia prima di ricordare il motivo per cui aveva attirato la mia attenzione.

“Tifa ha detto di dirti che vogliono che tu vai dentro e ti diverti con loro.”

Non ho bisogno di dar loro spiegazioni. Specialmente se non possono neanche disturbarsi a venire di persona e mi mandano questa bambinetta di sei anni, tra l’altro ignorante. Torno a guardare gli alberi mossi dal vento. Il crepuscolo li sta tinteggiando di meravigliose tempere scure, ma riesco ancora a coglierne i dettagli; le foglie cadute da poco in autunno, qualche uccello, che si nasconde dal vento con le loro cortecce. Le ombre si allungano. L’inverno non è lontano, e gli animali stanno cercando di far scorta di cibo. Forse anch’io dovrei trovare qualcosa che possa accogliermi per l’inverno. Non ho nemmeno un posto in cui stare.

Sono sorpreso di quanto poco me ne importi.

Mi offriranno dei luoghi in cui dimorare, e io rifiuterò, e loro sentiranno di aver ottemperato al loro obbligo sociale e i loro sensi di colpa verranno messi a tace-

“Um.”

Guardo in basso. E’ ancora qui.

“Mi annoio.” dice lei.

Le avranno detto che non poteva tornare finché non fosse riuscita a fregarmi? Ah, non funziona. Non mi sento il responsabile di questa marmocchia. Se si becca un raffreddore qui fuori non perderò il sonno. Qui l’aria è fresca. Avevo dimenticato quanto il gelo potesse mordere le guance; avevo dimenticato quanto un polmone pieno di quest’aria potesse far credere di poter sconfiggere il mondo. Beh, sarò l’ultima persona ad essere ingannata dalla falsa promessa di una brezza vuota. Sarò l’ultima persona a-

“Non sei loro amico?”

Sospiro tra me e me. Le silenziose fantasticherie sono difficili con dei bambini in giro.

“Non sei contento che abbiamo vinto?”

Noi? Noi? Ha sei anni, o cinque, o giù di lì. Che ne sa lei della nostra vittoria? E’ stata vacua, e il popolo del mondo è il vero vincitore. Abbiamo sacrificato tutti così tanto. Ora siamo coperti di cicatrici, generate non solo dai colpi ricevuti, ma anche dalla consapevolezza di quanto sia deturpato questo mondo. Non saremo mai in grado di lasciarla semplicemente andare, di dimenticare i nostri peccati e i nostri dolori.

“Non ti annoi?”

No. Non mi annoio.

“Sei depresso?” chiede.

“Depresso?” Dalla mia voce traspare parte dell’incredulità che sento. Insolente ragazzina. Invece di vergognarsi per la sua sgarbatezza, lei annuisce soltanto e dice, “Credo tu sia depresso. Sei un facciona depressa.”

Dopo questo la mia indignazione scompare. Si trasforma in semi-divertimento che irrita qualcosa nel mio stomaco. Mi è stato appena dato della ‘facciona depressa’. Non mi capitava da… Beh, sempre. Un anno e mezzo fa ero un Turk. Una divisa blu che stava ad indicare che potevo uccidere chi volevo e farla franca in un mondo in cui la tecnologia fioriva. Ora sono un estraneo e un naufrago in un mondo dove la tecnologia sta morendo. Il massimo che mi proponevo di essere a quest’ora è morto.

“Ho freddo.” dice, fregandosi le braccia in cerca di calore.

“Vai dentro.” replico io, cercando di farla gelare ulteriormente con la mia voce.

“Non vogliooo.” risponde con eloquenza, “Io voglio stare qui con te.”

Se me ne importasse abbastanza avrei inarcato un sopracciglio, ma così non è. Torno al panorama. Può pure congelare, se lo desidera.

“Ho freddo.” ripete.

Cosa vuole che faccia, esattamente? Io ho il mio mantello e la mia fascia tirata fin sulla bocca e lei ha un vestitino rosa. Anche lei sembra aver afferrato la cosa, e quello che fa dopo mi sorprende quasi al punto da farmi precipitare dall’Highwind. Alza una piega del mio mantello, ci si acquatta sotto e si accuccia abbastanza vicino da toccarmi la gamba, usando il mio mantello come coperta.

Io la fisso, ma il suo viso è nascosto dal panno rosso. Ma che crede di fare? E’ calda contro la mia gamba, e il contrasto mi manda un brivido lungo la spina dorsale. Sbatto le palpebre un paio di volte per dissipare la mia confusione e sospiro. Marmocchi, questi sconosciuti. Può essere pure felice lì sotto, a me non importa. Può anche saltare giù dall’aereonave per quel che m’importa.

Dopo un lungo periodo di pensieri ininterrotti, Barret sguscia fuori dalla festa per venire sul ponte dove ci troviamo noi.

“Hai visto Marlene?” domanda. La sento agguantare con più forza il mantello nel tentativo di svanire alla vista. Io annuisco e lo sollevo, rivelandola. Lei emette uno strillo di disappunto e devo reprimere un sorriso quando Barret la raccoglie tra le sue braccione. Lei mi guarda come se fossi un traditore. Vincent, sei un cretino. Io mi arrendo e sorrido dietro la mia fascia, assicurandomi che Barret non veda. Lui, dal canto suo, mi premia con un’occhiataccia torva per averla nascosta. Io faccio (dentro di me, chiaro) spallucce. Può pensare quello che vuole.

Con un “Andiamo, Marlene.”, ritornano alla festa e io rimango indietro. Ma ora fa più freddo, e sento un tremore scorrermi per la gamba dove la mia fonte di calore mi ha abbandonato, quindi torno dentro passando per un piccolo corridoio, cercando di scamparmela al frastuono che stanno facendo.

Per un qualche motivo il resto dell’AVALANCHE ha deciso che è nell’interesse di tutti volare insieme ancora per un po’. Hanno deciso di volare di città in città e di aiutare le persone a ricominciare a Midgar. Dato che siamo stati settimane in un sottomarino affondato, cercando di tenere a bada tutti quei mostri, abbiamo raggiunto una situazione finanziaria alquanto impressionante. Hanno pensato bene di usare tutti quei gil per aiutare a ricostruire il mondo, e le persone nel bisogno. Non potrebbe importarmene di meno di quello che fanno. Non ho nessuna pretesa su questi soldi. Mi sono unito alla loro causa a metà cammino, per dirne una. Ho anche detto loro che li seguirò. Mi darebbe l’opportunità di vedere un’altra fetta del mondo, e di decidere dove andare dopo che avremo finito. Nego sinceramente il pensiero che a qualcuno potrebbe venire, ovvero che io l’abbia fatto per rinviare l’inevitabilità di dividerci.

E negarlo, ovviamente, significa ammetterlo.

Più tardi, quella notte, succede una cosa stupida. Ancora non riesco a capacitarmene.

Cloud è con Marlene sul ponte. Io sto vicino alla mia inferriata, sempre sul ponte, come al solito, cercando di stare lontano da eventuale ed eccessiva attenzione. Ho giocato una parte minuscola nella salvezza del mondo. Lascerò gli eroi alle loro glorie.

E’ una combinazione di eventi, invero, a causare l’incidente: il fatto, per esempio, che Cloud abbia Marlene fra le braccia e l’abbia lanciata giocosamente in aria. Oppure il fatto che sia autunno e il vento soffi forte. O ancora si potrebbe incriminare il tempismo di Cid nel decidere di cominciare a volare in quel momento esatto. Il risultato è che Marlene sta svolazzando via. O forse lei è rimasta dov’era a mezz’aria e noi ci siamo dislocati. Comunque sia, è lì fuori, a precipitare verso una foresta nera come l’inchiostro.

E, ovviamente, io sono qui fuori, a precipitare subito dietro di lei. Perché? Per colpa del vento. E della nave. E del mio dannato senso di Non-So-Cosa che mi costringe a fare queste cose e poi mi trova delle scuse per averle fatte. Forse so di poter reggere l’atterraggio, forse una parte di me spera che così non sia. Non so che cosa ho in mente. Forse trasformarmi dopo averla raggiunta? Così Chaos probabilmente la mangerebbe.

Afferro il suo braccio, quasi sul pelo di un albero, e la scaravento di nuovo su verso la nave con tutta la mia potenza. Ho una buona mira, e riesco a colpire Cloud. Fronte contro fronte. Gli serva da lezione, reggersi alla ringhiera mentre sto sprofondando. L’ultima cosa che vedo prima di urtare i rami è Cloud che l’ha riposta al sicuro a bordo. Spero ti sia fatto male, Cloud.

Fa male. Il lancio mi ha girato il corpo, così che invece di beccare i rami con la faccia, mi distruggo semplicemente le spalle. Mi si appiccicano al mantello e alla schiena e alla testa e sento qualcosa rompersi con un crack sonoro quando finalmente sbatto contro il suolo.



Note della misteriosa traduttrice: caro popolo di S.o.a.P., eccomi di ritorno con una pucciosissima storia incentrata su Vincent! Non sono una fan del personaggio, quindi credo che se questa storia ha convinto me, può convincere chiunque *_* Inoltre, questa storia nel 2006 ha partecipato ad un concorso di fanfiction e ha vinto award come 'Best Novella' e 'Best story: Angst'. Tanto di cappello, insomma:P Grazie inoltre ad Arli per il beta-readaggio!

 

A presto :o

 

Youffie







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