Nota per SOAP: ok, ho deciso di pubblicare anche qui la mia bambina a capitoli, per quanto mi sarà permesso dal rating. Spero che piacerà anche a voi e che verrete tutti a trovarmi sul mio ficblog, High Fidelity; lì troverete le risposte ai vostri commenti, le note ai capitoli e molto altro :*
Note dell’autrice: noooo, sono cascata in una storia a capitoli, lo
sapevo T_T ma sarà breve, in modo che nel giro di poco possa finirla senza
lasciarla a lambire per degli anni, lo prometto XD Mi ci vuole molto, ma prima o
poi imparo dai miei errori è_é"
Comunque, continua la mia nobile crociata verso il provare DI TUTTO XD e questa
volta è il turno di un genere che aspettava solamente che ci mettessi sopra le
mani: lo psico-dramma scolastico *___* Eh beh, certo, sarà anche una commedia,
come si fa altrimenti a prendere sul serio una cosa che si svolge a scuola XD?
Ora, due annotazioni è_é
Primo. Donald e Goofy, come probabilmente (ma non sicuramente) altri personaggi
Disney, qui compaiono in forma totalmente antropomorfa <3 Non sono malata XD è
colpa di un doujinshi che me li ha mostrati ed erano troppo amabili per
lasciarli stare XD Specialmente Donald <3
Eccoli
qui <3 (se non li visualizzate
riprovate più tardi, è solo il mio dominio scemo)
Secondo. Mi servivano dei cognomi per i personaggi. Invece di rubarli cercando
di depistare o, peggio ancora, di inventamene di improbabili, ho scelto quelli
dei protagonisti in base al criterio delle strizzate d’occhio al genere
scolastico XD Il cognome di Kairi è quello della protagonista femminile della
serie I’’S, Iori Yoshizuki. Quello di Riku è lo stesso di Shin Natsume di
Tenjou Tenge, che ha i capelli bianchi, una benda sull’occhio, è
morbosamente attaccato alla sorella e prima dopo aver quasi ammazzato il suo
migliore amico stermina mezza scuola e si suicida XD E in quanto a Sora, Roxas e
Naminé, ho scelto Yamaguchi perché è un cognome molto comune, perché stava bene
a tutti e tre e perché era quello di Tsutomu, che era una scimmia come Sora XD
Per il resto, che dire, questa fic è praticamente un omaggio al genere, e per
tanto la troverete fieramente infarcita di tutti i luoghi comuni possibili e di
tutti i paradossi usati in questo tipo di storie XD spero solo di non finire a
usare la scusa della citazione per mascherare un prodotto imbarazzante e privo
di inventiva, lol! *non c’è niente da ridere*
Ah, il titolo significa "perché non posso dimenticare". Secondo voi una storia
del genere POTEVA non avere un titolo in giapponese? Sarebbe stato
anticostituzionale XD!
Ok, e per ora ho concluso, quindi: enjoy >*<
WASURENAI KARA
1. Cinguettii – 1
Era una mattinata non calda, ma particolarmente luminosa, e Sora aveva
percorso tutto il tragitto fino a scuola guardando per aria e fischiettando come
un uccellino in amore. Le ragioni del suo buon umore erano semplici, quasi
ridicole prese una per una, ma insieme tracciavano un quadro talmente positivo
che non lo si poteva biasimare se si sentiva praticamente inscalfibile.
Per prima cosa, la tanto attesa festa dello sport era ormai alle porte, e tra
gli sbuffi, i rimbotti e le lamentele di tutta la sua classe, Sora era
impaziente come la notte di Natale. La festa dello sport era suo dominio
incontrastato, il suo palcoscenico, il suo allegro e divertente spettacolo dei
burattini, il suo lungo, lucente momento di gloria. Alla vigilia della feste
dello sport tutti si sentivano in dovere di essere gentili con lui. Persino il
professor Ansem, che aveva fatto del lanciargli il cancellino in faccia un’arte
(il problema non era tanto per la botta, quanto per la polvere del gesso che lo
costringeva a rotolarsi compulsivamente sul banco in preda agli spasmi della
tosse), si prodigava nel mostrargli il suo rispetto, e ottimi voti gli
fioccavano da tutte le parti come se piovesse, anche in materie che apriva il
quaderno e si chiedeva "ma che cazzo sarebbe sta cosa, l’ho mai fatta?".
Questo metteva del migliore degli umori sua madre, che lo vezzeggiava in
tutti i modi e lo viziava da far schifo, mentre suo padre, diventato
improvvisamente permissivo, gli lasciava fare quello che voleva, anche quello
che sarebbe potuto rivelarsi potenzialmente letale, dal provare la macchina
senza essere in età per farsi nemmeno descrivere il foglio rosa, al bagno
dopo mangiato. Era tutto un "il mio ragazzo" "il mio campione", così tanto che a
tavola Roxas di tanto in tanto sbottava "io invece sono nato da una pesca, pà".
A scuola riscuoteva un’ammirazione biblica paragonabile solo a quella che
hanno i tifosi per la propria squadra, no, di più, quella degli otaku per
Hideaki Anno, no, di più ancora…quella delle fangirls per gli Arc~En~Ciel.
I ragazzi seguivano le sue prodezze sui campi sottolineando anche il più ovvio
dei suoi passi con la più ovvia delle affermazioni, come se stessero
sottotitolando in presa diretta un film di quattro ore su di lui (edizione
speciale extralusso con cofanetto di metallo e due dischi di contenuti
speciali), alcuni nella speranza di ottenere qualcosa dalla sua momentanea e
devastante influenza sull’intero sistema scolastico giapponese, altri per reale
e talvolta raccapricciante ammirazione; ogni tanto qualcuno si era lasciato
andare a commenti così gay che Sora aveva sentito brividi tutt’altro che
piacevoli su tutta la schiena.
Le ragazze invece, che solitamente non lo vedevano proprio, come se avessero
cliccato sul suo personaggio con il tasto destro del mouse e selezionato la voce
"NASCONDI", lo riabilitavano in massa, e lui si trovava oggetto di attenzioni
imbarazzanti, ma non certo fastidiose, che consistevano in tutti i tipi di
inviti possibili, il più frequente dei quali quello a pranzare insieme,
possibilmente nel punto più in vista di tutta la scuola. Mentre tutti perdevano
peso, durante la festa dello sport Sora ingrassava come un tacchino prima del
cenone di Capodanno. Lui non era esattamente tipo da pavoneggiarsi davanti alle
ragazze, anzi, ma amava i bagni di folla. E anche se non cercava l’attenzione
delle femmine, non poteva dire che averla lo disgustasse. Gli faceva piacere il
tifo sfrenato e sfrontato, gli facevano piacere i complimenti e le moine, e
soprattutto gli facevano piacere gli aiuti coi compiti.
Ma soprattutto, e questo ci porta al motivo primario della felicità di Sora,
gli faceva piacere la gelosia di Kairi. Una gelosia così evidente, così
bruciante e contrastante al suo atteggiamento altrimenti sereno e dolce, che più
lei lo negava, più lo scolpiva nella facciata dell’edificio scolastico; in
questo modo, chiunque poteva punzecchiarla, torturarla, prenderla in giro e
ripeterle fino alla nausea "sei gelosa! sei gelosa!" cantilenando come mocciosi
dell’asilo, e lei per dimostrarsi superiore doveva negare il più pacatamente
possibile, o addirittura non negava affatto, e qui entrava in gioco Sora, che
per dimostrarsi ancora più superiore di lei faceva il Fonzy della situazione,
dondolando quieto con le mani in tasca e dicendo "lasciatela stare, non è
affatto vero che Kairi è gelosa, noi siamo solamente amici", e nel momento in
cui lei confermava, lui pensava "sé, amici, come no" e la sua scimmia nel
cervello emetteva versi battendosi il petto e gongolando.
Dopo Il giorno che verrà da tutti ricordato come La Tragedia i
rapporti tra lui e Kairi erano stati a lungo un po’ tesi. Quando finalmente
erano rientrati negli argini, a fare da collante era stata la loro amicizia
storica, che la piena aveva coperto, ma non distrutto. Era ovvio, niente poteva
distruggerla. Ma la piena aveva anche convinto Kairi che se un pilone poteva
resistere alla tempesta, forse non era il caso di farlo abbattere per piantarci
al suo posto il seme di un roseto che potrebbe benissimo non nascere mai, o
crepare alla prima gelata.
In altre parole, aveva arbitrariamente deciso che dovevano, e non
c’era storia, essere amici.
Solamente amici.
Bello, ok, fantastico, wow, ma che fregatura.
Insomma, lui adorava Kairi. Da piccolo le aveva rubato una Barbie,
l’aveva chiamata come lei e passava le giornate a vestirla e pettinarla –cosa
che dava i brividi a sua madre e che spingeva suo padre a rincasare ogni giorno
dal lavoro con macchine, trattori, astronavi, dinosauri, guerrieri del passato,
guerrieri del futuro e altri incroci strani, come le Tartarughe Ninja e i topi
motociclisti di Marte (che, a conti fatti, si erano rivelati una cosa molto più
gay delle Barbie). La adorava, ma checché ne dicessero Rokuchan e Namichan, non
aveva più sette anni.
Che cosa te ne fai dell’amicizia di una ragazza, quando vorresti solamente
scavare un buco sotto terra, riempirlo di fiori e pupazzetti e passarci dentro
tutta la tua vita a baciarla?
Non è che la butti in un fiume perché non ti basta, certo. Non butti nel
fiume chi se lo meriterebbe, figurati la ragazza per cui sbarelli più o meno da
quando è iniziato il Cell Game (nella ristampa di Dragon Ball per la tua
generazione, naturalmente: per quanto la ami, difficilmente la ami da quindici
anni prima di nascere). Ma quando tutto quello che brami sarebbe tenerle la
mano, e possibilmente metterle un’insegna luminosa aggrappata alle spalle che la
indichi con una freccia e con la scritta a intermittenza "MIA! MIA! MIA!", beh,
dire "è la mia migliore amica" sa essere deludente.
Il fatto che grazie alla festa dello sport Kairi fosse costretta a scoprirsi,
a cambiare involontariamente le carte in tavola davanti a tutti e ad ammettere
che forse, infondo, non erano davvero solamente amici, lo rendeva
euforico.
Insomma, in quella mattina luminosa, col cravattino della divisa che
continuava a slacciarsi e la cartella pesante come se ci avesse colato dentro il
cemento, Sora aveva le sue buone ragioni per cinguettare.
"Si può sapere che cos’hai da ridere da solo come un cretino?" sbottò
bruscamente Donald, strattonandolo dalla sua enumerazione logica della felicità
e sbattendolo lì, sul banco freddo ad aspettare che la lezione cominciasse.
"Sono di buon umore, non so se ti è mai capitato o se sai che cosa significa"
borbottò mettendosi dritto sulla sedia. Donald aveva incrociato le braccia e lo
guardava severamente. Poi la sua espressione divenne un ghigno, quasi lascivo, e
attirò l’attenzione di Goofy dando un leggero calcio alle gambe del suo banco.
"E scommetto che sei di buon umore senza nessunissimo motivo."
Goofy ridacchio timidamente e girò pagina della rivista di modellismo che
stava leggendo. Sora scrollò le spalle, superiore: "Ho tanti buoni motivi. La
festa dello sport mi rende allegro."
"Sì, la festa dello sport…" Donald sogghignò maligno, poi buttò la cartella
sul suo banco e si sedette.
Sora ricordava solamente a livello amministrativo i veri nomi di Donald e
Goofy. Li conosceva dalla medie, e già allora tutti li chiamavano così. La
leggenda narrava che ai tempi della scuola materna, Donald andasse a giocare
tutti i giorni ai giardinetti con gli stessi identici vestiti. Erano i suoi
vestiti da gioco, poteva rovinarli quanto voleva, sua madre la sera li
lavava, li lasciava ad asciugare, e così prima di cena lui poteva sempre tornare
a giocare con la sua tenuta che era ormai diventata una divisa. Un giorno un suo
compagno di classe gli aveva detto "hai duecento vestiti tutti uguali, sei come
Paperino!" e tutti erano scoppiati a ridere. Doveva essere una battuta
divertente per un manipolo di bambinetti e madri stronze. Così, era diventato
Donald. E il suo amichetto spilungone, un po’ goffo e con gli incisivi
sporgenti, era diventato di riflesso Goofy; anche se non fosse stato
ribattezzato dagli altri, lui probabilmente lo avrebbe fatto da se: Goofy era
troppo buono per lasciare un amico solo nella disgrazia di un nomignolo di
quelli validi vita natural durante.
"Dai, lascialo stare, non puoi deconcentrarlo con queste cose proprio oggi
che cominciano gli allenamenti" disse Goofy, prendendo poi una penna e
cerchiando qualcosa sulla rivista, forse un prezzo. In realtà gli allenamenti
erano cominciati da un pezzo, da quel giorno si sarebbero solo intensificati, ma
per lui era lo stesso: Goofy era tanto caro, la persona più buona del mondo, ma
più lontano stava da qualsiasi luogo si disputasse dell’agonismo, si trattasse
anche della pesca delle rane, meglio era.
Sora si appoggiò con la testa sul banco e chiuse gli occhi. Forse non era
stata una buona idea approfittare della magnanimità di suo padre per stare a
guardare i dvd di Panda Z fino a mezzanotte.
Proprio mentre pensava che avrebbe potuto addormentarsi anche così, una
dolce, dolcissima voce suonò allegra, ma soffice, alle sue orecchie: "Sora,
pigrone, che cosa fai, dormi in classe?"
Lui si alzò subito e le sorrise: "Ciao, Kairi!"
"Ciao, Kairi!" lo canzonò Donald. Sora gli tirò la gomma in testa e
lui, borbottando, tacque.
Kairi lo ammonì, pungolandogli la spalla con il dito, severa: "Non te ne
approfittare solo perché adesso sei una star, sai?"
Lui sghignazzò: "Eddai, lascia che me la goda un po’…"
Selphie, per assicurarsi che la sua intrusione nella conversazione fosse ben
recepita, prima sbatté la cartella sul banco il più rumorosamente possibile, poi
ci si sedette sopra, mise i piedi sulla sedia e disse: "Ha ben poco da fare la
star, non hai sentito che cosa si dice?"
"Ancora con questa storia…" sospirò Kairi, spingendole poi un ginocchio
contro l’altro per farle chiudere le gambe, tra le quali Tidus e Wakka, poco
distanti, stavano cercando di insinuare lo sguardo.
"Quale storia?"
"Yo, man" rispose proprio Wakka, ridendo come se fosse ovvio farlo "Pare che
quest’anno ti strafogherai di polvere!"
Kairi sbuffò leggermente: "Smettetela con questa storia, lo sapete benissimo
che Sora può correre più veloce di chiunque, se si impegna."
Quel se si impegna lo fece scattare sulla difensiva.
"Che vorrebbe dire? Perché dovrei mangiare la polvere?"
"Ha detto strafogarti" specificò Donald "E’ una bella differenza."
"Mangiare, strafogarmi, fa lo stesso, perché?"
Wakka stava per dire qualcosa, ma Donald lo interruppe: "Non fa lo stesso.
Voglio dire, già tra mangiare dei pasticcini e strafogarti di pasticcini passa
una certa differenza, ma se si parla di sabbia…"
"Non mangerò nemmeno un cavolo di granello, di sabbia!" specificò Sora, poi
tornò a guardare Wakka "Beh? Allora?"
Wakka scrollò le pesanti e larghe spalle: "Tipo, non so che dirti. Pare che
ci sia questo tizio della 3-A che fila come un topo."
Tidus scoppiò a ridere. Trovava ilare la parola topo. A volte la gente
diceva a Sora che era stupido, ma davanti a Tidus chiunque perdeva le parole e
cominciava a rivalutarlo. Selphie gonfiò le guance e protestò: "Non provare a
chiamarlo topo, non c’entra proprio niente con un topo!"
"Non è che l’ho chiamato topo…"
Selphie sospirò rumorosamente e si mise le mani sulle guance: "E’ bello come
un angelo."
"Sì, adesso…" bofonchiò Tidus, fin troppo infastidito. Una ragazza si
tirò indietro con la sedia e domandò a Selphie: "Ma chi, il sempai Natsume?" lei
annuì e quella pigolò adorante: "Oh, sì, è un sogno!" un’altra si accorò "Ieri
l’ho incrociato in cortile e stavo per svenire!" "Sììì, non si può essere così
belli nella realtà!"
Sora sbuffò e si mise in mezzo: "Sì, ma chi vi ha detto che è più veloce di
me?"
"L’abbiamo visto" rispose Selphie facendo spallucce "Stavamo aiutando i
sempai ad allestire il palco e la seconda A si stava allenando."
"E sei sicura che corresse più veloce di Sora?" domandò Donald arcigno, come
se lo credesse del tutto impossibile "Ma l’hai visto bene?"
La ragazze ridacchiarono tutte insieme, e Selphie fece lentamente segno di sì
con la testa: "L’ho visto, l’ho visto proprio bene…"
"Fate schifo, veramente, non ho parole." disse Tidus, incrociando le braccia
sul petto e facendo dondolare nervosamente la sedia. Selphie tirò un calcio al
suo banco, rischiando di farlo cadere: "E da quand’è che tu sapresti parlare,
brutta scimmia ossigenata?"
"Ah, ossigenato io!"
"Ehy, ehy!" si intromise di nuovo Sora, completamente messo in disparte "Ma
quanto veloce corre?"
Selphie sbuffò: "Non lo so, guardavo ben altro che quello, io…"
"Hai visto che razza di muscoli?"
"Stavo per avere un infarto, si è tirato su la maglia per asciugarsi il
sudore e…"
"Ma è veloce?!" domandò Sora, spazientito.
"Bello, si dice di sì." si degnò di rispondere Wakka, e Tidus si accorò "E’
da quando si è trasferito che si vocifera che ti straccerà alla festa dello
sport."
"E’ qui da due settimane e già tutti i club lo vogliono!" cinguettò una
ragazza, poi Selphie disse: "Sembra che addirittura i Tredici gli facciano la
corte."
Tidus si arrabbiò: "Senti, taci, piantala di dire stronzate!" – cercava di
entrare nei Tredici da quando era cominciato il liceo, ma loro non lo avevano
degnato nemmeno di uno sguardo, nonostante la sua popolarità con le ragazze e
tutto il resto. I Tredici non vivevano nel loro mondo, non ragionavano secondo i
loro canoni. Non era una questione di popolarità, con loro, nemmeno di meriti,
di nessun tipo. Nessuno sapeva quali fossero i loro criteri. Essere degli
psicopatici, probabilmente. Da che si avesse memoria, i Tredici erano sempre
stati tutti dei delinquenti, e Sora non ci vedeva assolutamente nulla di fico.
"Un poco di buono non può correre più veloce di me" disse, anche se un attimo
dopo si rese conto che non si trattava esattamente di una constatazione
inoppugnabile.
Le ragazze scattarono in rivolta, lamentandosi e lagnandosi. "Il sempai
Natsume non è affatto un poco di buono! Pensa che la settimana scorsa ha salvato
un gattino che stava finendo sotto una macchina!"
"Io ho sentito che ha salvato un bambino che stava finendo sotto un camion!"
"E poi è diventato Super Sayan di quinto livello!" gridò Tidus, e Wakka
cominciò a ridere "Ha fatto la Genkidama più grossa che si sia mai vista!!"
"Ha salvato sia un gatto che un bambino!" fece Selphie, squagliandosi "E’
troppo figo…"
Per la prima volta da quando la discussione era iniziata, e proprio quando
Sora stava per appendere una persona qualsiasi al muro per costringerla a
tornare al punto della questione –CHI e QUANTO era più veloce di lui?!-, Kairi
sospirò e disse, tranquilla, ma con il tono di chi non ammette repliche: "Adesso
basta con queste sciocchezze, Sora è Sora. Nessuno può correre più veloce di
lui, né fare meglio di lui nessun altro sport, se lo vuole."
Sora cercò di trattenersi dal gongolare in modo del tutto evidente. Kairi era
un angelo. Un angelo. Totalmente sprecata per quella classe di buzzurri
deficienti cafoni, che fecero scattare un coro da stadio di: "Buuuuuh, Kairi
difende il suo moroso!" "Nessuno è più bravo di Sora anche in altre due o tre
cose!" "Ma stai zitta!" "Sposatelo, allora!"
Kairi mise il muso, gonfiando le guance, e andò a sedersi.
A un certo punto della lezione, senza un motivo particolare, tutte le
preoccupazioni di Sora sul suo presunto rivale si erano dissolte, facendo pof!
come una bolla di sapone. C’era come un antivirus, nella sua testa, che si
attivava automaticamente all’incirca ogni venti minuti, e scansionando ogni più
piccolo pensiero, anche quelli nelle cartelle nascoste e nei file zip, gli
ripuliva la mente da tutto quello che c’era di poco confortevole.
Quell’antivirus, pensava, doveva avere qualcosa a che fare con Kairi.
Le ragazze continuavano a parlottare a voce bassa e a mandare mail col
cellulare, spesso l’una con l’altra a nemmeno due banchi di distanza. I ragazzi
erano più rozzi e si lanciavano bigliettini in testa, sghignazzando e indicando
le femmine meno carine. Qualcun altro guardava distrattamente fuori dalla
finestra, o alla lavagna, ma con uno sguardo talmente vacuo da sembrare
addormentato.
Kairi, invece, era sempre attenta e sveglia.
Il suo profilo concentrato, quasi severo, era bellissimo quando le dita
sottili lo scoprivano dai capelli scivolati capricciosi lungo le guance rosee
-aveva la brutta abitudine di avvicinarsi troppo al foglio con il viso, e quando
se ne accorgeva si sgridava da sola, senza parlare, solo con il cipiglio
arrabbiato del viso, e si tirava diritta come un giunco.
Sora la osservava, e tutto il resto perdeva importanza. Voleva solo sapere se
Kairi sarebbe riuscita a stare dritta per tutta la lezione, quel giorno, o se
piano piano sarebbe scivolata di nuovo sul banco come un fiore dai petali troppo
pesanti, e ridacchiava tra se e se quando la vedeva impuntarsi e spostare la
sedia più vicina, fino ad impedirsi apposta i movimenti.
In quei momenti la sua mente era così tranquilla, da non riuscire nemmeno a
prendersela per Il giorno che verrà da tutti ricordato come La Tragedia.
Kairi si girò solo per un momento, e i loro sguardi si incrociarono. Lei era
riservata, ma non aveva quel falso pudore tipico delle ragazze. Gli fece un
sorriso aperto e spontaneo, e agitò la mano sotto il banco. Sora ricambiò con
uno larghissimo, e cominciò a gesticolare così ampiamente che la professoressa
piazzò le mani sui fianchi e disse: "Visto che smani tanto, Yamaguchi, puoi
venire tu alla lavagna a risolvere l’esercizio."
Era così contento che non gli dispiacque neanche.
Alzandosi, vide fuori dalla finestra che in cortile una classe si stava
allentando per la staffetta.
Non era preoccupato, Kairi aveva detto che nessuno poteva batterlo in niente,
se solo si impegnava. E per non imbarazzarla davanti a tutti, era pronto a dare
la sua parola d’onore, non avrebbe perso nessunissima gara contro nessuno.
---
Donald gli si piazzò davanti sbuffando, ansimando, lanciando accidenti,
piagnucolando, lamentandosi e facendosi aria contemporaneamente.
"Tu e la tua diavolo di festa dello sport, te la infilassi un po’ dove dico
io…" biascicò buttandosi elefantosamente al suo fianco sull’erba. Era così
sudato che il movimento sollevò una nuvola di puzza. Sora rise e gli diede una
scarpata per mandarlo lontano, poi disse: "Guarda che mica l’ho inventata io!"
"E’ perché ci sono pazzi come te che questa tortura viene perpetrata!"
"Ma che c’entro io?!"
"Se fossimo tutti uniti potremmo insorgere!"
"Con quale proposito?" domandò Goofy, che buono buono, zitto zitto, si era
mimetizzato nell’erba ed era riuscito a saltare due turni di seguito al salto in
lungo.
"Mai più sport nelle nostre scuole!"
"Sì, poi uccidimi, già che ci sei! Almeno usciamo un po’ all’aperto! Io muoio
a stare chiuso in quella scatola da scarpe di cemento per tutto il giorno,
stupido Donald!"
"Organizza qualcosa per il festival della cultura, Donald" si aggiunse Tidus,
che tornava dal suo turno e andò a buttarsi sull’erba con loro, seguito da Wakka
–che era così massiccio che quando si sedeva sembrava di sentir tremare la
terra. Alle parole festival della cultura tutti rabbrividirono.
"Come si fa a divertirsi con la cultura?" domandò Tidus, stizzito.
Tutti loro annuirono concitatamente, poi Sora sospirò: "Però a Namichan piace…"
"Sì, i tuoi fratelli hanno tutti e due gusti un po’ strani…" disse Tidus
sghignazzando. Wakka rise e Donald starnazzò arrabbiato: "Smettetela con questa
storia!"
Sora si accigliò: "Quale storia?"
I ragazzi continuarono a ridere come deficienti, e Goofy fece spallucce,
tranquillo: "Lasciali perdere."
Sora gli diede retta, ma subito si girò di nuovo verso di loro quando li
sentì gridare "Ragazzeeee~"
Il gruppetto da lontano li vide, li salutò e corse verso di loro.
Solitamente in quel periodo le ragazze venivano divise in due gruppi: quelle
dalle quali si poteva cavare un ragno da buco, e quelle che era meglio lasciar
perdere in partenza. Queste ultime passavano le ore di ginnastica a cucire, o a
fare qualcosa di ugualmente noioso, mentre le altre correvano come disgraziate
attorno al campo, separate da loro dalla recinzione come se fossero stati al
canile.
Naturalmente, la sua Kairi energica e piena di salute, correva come una
gazzella, ed era una delle pochissime femmine in tutto il mondo che non
mettessero imbarazzo a guardarle gareggiare.
Eccetto Goofy, impegnato a farsi notare il meno possibile, si alzarono tutti
e si aggrapparono alla rete, come pesci che fanno le boccacce dietro il vetro
dell’acquario per attirare l’attenzione.
Selphie fu la prima ad arrivare -la sua poco opportuna presenza sulla terra
si giustificava col fatto che corresse come una scheggia- e le altre ragazze,
come una nuvoletta, la seguirono. Sora rimase a guardare preoccupato, finché non
scorse anche Kairi in mezzo a loro. Era pallida, e contemporaneamente aveva il
viso tutto rosso e il respiro affaticato. Di solito non si stancava tanto per
così poco. Sora le si avvicinò –in linea d’aria, visto che c’era la stupida rete
di mezzo- e la scrutò attentamente, piegando la testa. Ma stava male? O aveva le
mestruazioni?
"Ma stai male? Hai le mestruazioni?"
…ecco. Quel tipo di occhiate che ti ricordano che se una narrazione non è
fatta solo di dialoghi, è perché puoi evitarti di dire certe cose ad alta voce.
Sora alzò la voce, pensando che non l’avesse sentito bene: "Le hai o no?"
"Kairi!" gridò Tidus, come se si trovassero a miglia di distanza "Le hai o
no? Diccelo, guarda che interessa a tutti!"
"No, non le ho!" disse lei, poi digrignò i denti "Sei un idiota, Sora!"
"Allora che cos’hai?"
"Lascia stare, non capiresti."
"Kairi ha il mal d’amore." suggerì Selphie, con tono falsamente trasognato.
"Solo tu puoi guarirla."
"Puoi guarirla anche dalle mestruazioni, se la metti incinta!" si aggiunse
Tidus. Kairi gli mostrò il medio e guardò da un’altra parte. Sora si aggrappò
alla rete davanti a lei: "Kai, sul serio, ma stai bene?"
"Non sono molto informa, tutto qui" spiegò, ancora un po’ infastidita "Non è
niente di cui valga la pena parlare."
"Che cos’è che non posso capire?"
"Tipo trecentocinquanta mila cose?" disse Selphie. Sora la guardò male e si
allontanò di un paio di metri da loro, indicando a Kairi di seguirlo. Gli altri
cominciarono a gridare qualcosa a proposito delle seconde che si stavano
allenando lì vicino, così li ignorarono totalmente. Kairi si appoggiò stanca
contro la rete. Non aveva ancora ripreso bene il fiato, e lui cominciò a
preoccuparsi sul serio.
"Kai, ma che cos’hai? E’ meglio se vai in infermeria."
"Sarà solo un po’ la pressione, lascia perdere…"
"Non lascio perdere niente! Aspetta, chiedo il permesso di uscire e ti
accompagno!"
"Guarda che so arrivarci anche da sola."
"Allora vacci da sola, altrimenti ti ci porto io!"
"Uffa, quanto sei insistente…"
"Non voglio che tu cada e ti faccia male! Perché devi fare la testarda per
una scemata così? E poi non hai mica bisogno di allenarti, ne hanno quelle
schiappe lì!" e indicò Selphie e le altre ragazze, che erano totalmente prese
dallo sporgersi il più possibile dalla collinetta per vedere le seconde giocare
a baseball. Urlavano nomi come oche strozzate, gesticolando come se qualcuno a
quella distanza avesse potuto vederle.
Kairi gli sorrise. Un sorriso piccolino, reso ancora più dolce dal pallore
del suo visino in quel momento. Sospirò: "E sia. Accompagnami in infermeria, per
piacere."
Sora si illuminò e annuì animatamente, ma mentre stava cercando il professore
per chiedergli il permesso di allontanarsi, sentì le ragazze gridare più forte,
e riconobbe Selphie che diceva a Kairi di stare attenta. Lui si girò di scatto,
giusto in tempo per vedere una palla da baseball schiantarsi a velocità
fulminante contro la testa di Kairi. Cacciò un urlo per lo spavento, unendosi
involontariamente al coro delle ragazze, corse indietro e andò praticamente a
sbattere contro la rete, chiedendo terrorizzato: "Kairi? Kairi stai bene?"
Lei alzò lentamente la testa e lo guardò per un attimo. Annuì, con un sorriso
decisamente poco convincente, poi crollò a terra come una pera. Sora cominciò a
strillare il suo nome e stringere e sbattere la rete, mentre con lo sguardo
cercava la maledetta uscita più vicina e intanto continuava a chiedere "come
sta? come sta?" alle ragazze che si erano chiuse intorno a lei.
Un secondo dopo, neanche il tempo di rendersene conto, quelle stesse ragazze
si erano fatte da parte, ammutolite. Sora stava ancora fissando Kairi a terra, e
solo quando si sentì un’ombra addosso e vide qualcuno che le si inginocchiava
vicino, alzò lo sguardo.
Era un ragazzo alto, dai lunghi capelli bianchissimi.
Kairi emise un flebile lamento e cercò di alzarsi. Sora la chiamò, e il
ragazzo la sorresse quando stava per cadere di nuovo. "Ti sei fatta male?"
"Certo che si è fatta male, gli avete tirato una palla in testa! E già non
stava bene!" gridò Sora, sbatacchiando con rabbia la rete.
"Ma no, non è niente…" fece Kairi, scuotendo lentamente la testa "Non mi ha
colpita forte, è che sono un po’ debole e così…"
"Non stai bene?" domandò il ragazzo, sorreggendola decisamente troppo.
"Te l’ho appena detto anch’io!" ringhiò Sora.
"Ti senti male?" continuò, e poi PECCATO DEI PECCATI, come se niente fosse,
come se fosse la cosa più normale del mondo, come se stesse toccando una ragazza
qualsiasi e non una sacra, il ragazzo le posò una mano sulla testa, e con
l’altra le spostò i capelli "C’è un bel bollo, sei sicura che non ti faccia
male?"
Kairi fece un sorriso che decisamente Sora non approvò. Oh, se non lo
approvò.
"Ma no, stai tranquillo…"
"Mi dispiace che il mio fuori campo ti abbia presa in testa."
"Figurati se non era un fuori campo." bofonchiò Tidus.
Kairi ridacchiò: "Siamo sotto la festa dello sport, importano molto più i
fuori campo delle teste, quindi non ti devi preoccupare."
Sora cercò di attirare l’attenzione, quasi sradicando la recinzione di
metallo "Ma che fai, ti scusi tu?!"
Selphie, che con le altre era rimasta fino a quel momento in religioso
silenzio, sibilò un diabolico: "Lascia che si scusi quanto vuole, hai capito?"
Lui ebbe un brivido raccapricciante e fece un passo indietro, guardandola il
più storto possibile.
"Riesci ad alzarti?"
"Sì, sì…"
Kairi si mise sulle ginocchia, ma quando provò ad alzarsi ebbe come un
capogiro e ricadde a terra. Il ragazzo la fermò tra le sue maledette stupide
odiose braccia forti e protettive del cazzo. Sora stava seriamente per scalare
la rete e fargli ingoiare la sua fottuta palla.
"Ecco, lo sapevo, magari ti ho scombinato il cervello…"
Kairi scosse ancora la testa: "Ma no, non è colpa tua, davvero, è che oggi
sono un po’…"
"Che cosa ti senti?"
"Beh, veramente…" abbassò lo sguardo, poi lo rialzò e rise scioccamente "…è
che sto facendo una dieta, e sono un po’ debole, adesso come adesso…"
"E che cosa stavi cercando di mettere a dieta, esattamente, le
guance?" la rimproverò il ragazzo. Lei sorrise imbarazzata: "Non lo so, forse."
"Non devi, hai delle guance molto attraenti."
Sora stava praticamente mordendo la rete, sotto gli sguardi preoccupati di
Donald e Goofy.
Poi il ragazzo la lasciò andare, si girò e le diede la schiena.
"Sali, ti porto in infermeria."
Le ragazze cominciarono, nel loro angolo, a fare gridolini incomprensibili, e
Kairi arrossì.
Cioè, Kairi arrossì! Era arrossita! KAIRI! Kairi non era MAI arrossita
per lui, neanche una volta! Stupida Kairi, stupida, stupida Kairi!
"Dai, non ti fare problemi. Negli anime lo fanno sempre, no?"
La stupida Kairi ridacchiò, poi cominciò a muoversi, e sotto lo sguardo
impotente di Sora mise le braccia intorno al collo del tizio, e quello schifoso,
quel PORCO, la tenne con entrambe le mani sotto le ginocchia e si alzò, dando
–già che c’era- prova di un colpo di reni che assolutamente non ci voleva, non
dopo al fuori campo. Insomma, NON un colpo di reni e un fuori campo nella stessa
ora, no!
Poi se ne andarono, parlottando tranquillamente tra di loro e abbandonando
Sora nel nero, nella disperazione, e nella consapevolezza di essere stato
totalmente ignorato dalla sua donna davanti a tutta la classe. Che infatti,
prontamente, esplose in una serie di commenti del tutto indesiderati, tra i
quali spiccò quello di Tidus: "Sora, ce l’hai talmente nel culo che te lo si
vede uscire dalla bocca."
"Il solito principe" fece Selphie, poi sospirò "Oddio, non posso credere che
Kairi abbia avuto una simile fortuna…"
"Essere colpita da una palla lanciata da Natsume, è una cosa così shojo!"
"Fa tanto amore voluto dal destino" poi piagnucolii vari "Che
tristezza, maledetta Kairi!" "Solo un po’ più in la e avrebbe potuto colpire
me!"
"Amore CHE COSA?!" strillò Sora, e cominciò a strappare ciuffi d’erba e a
lanciarli dietro alle ragazze. Quelle ovviamente cominciarono a ridergli in
faccia e a sostenere che adesso Kairi lo avrebbe piantato in tronco, così lui si
arrabbiò e sbuffò: "Kairi può fare quello che vuole, tanto siamo solo amici! Non
è questo il punto!"
"E allora qual è?"
"Beh" rispose Tidus, con quell’aria da filosofo dei poveri che gli veniva
ogni tanto "Un conto è farsi fottere il primato nelle gare. Un conto è farsi
fottere la ragazza. Un conto è che la stessa persona ti fotta entrambe le cose
nello stesso giorno."
Sora sbatté gli occhi così forte che gli sembrò avessero fatto rumore.
"Che cosa?"
"Come, non lo sai?" domandò Selphie, facendo spallucce "E’ lui quello che
corre più veloce di te. Si chiama Riku Natsume."
"E la sua nuova ragazza si chiama Kairi" aggiunse Wakka.
Il professore, che come tutti i professori aveva il Radar del Momento Buono,
li richiamò tutti e ordinò alle ragazze di ricominciare a correre.
Sora crollò sulle ginocchia, con gli occhi ancora spalancati.
Donald, e persino Goofy, passandogli accanto sospirarono e gli diedero una
pacca sulla spalla.
Lui non sentiva niente. Solo un fortissimo, traumatizzante "AAAAAAAAAAAAAAAH!"
nella testa.
---
Ricomincia ogni volta da qui.
E’ sempre il momento in cui esiti. Il momento in cui l’assurdo dramma della
tua vita viene replicato un’altra volta davanti alla folla entusiasta, e tu sei
combattuto tra il desiderio di abbandonare il tuo ruolo una volta per tutte,
prima di esserne del tutto assorbito, annullato, prima di impazzire come a
centinaia di attori bravissimi è successo - e la consapevolezza di volere,
invece, che l’ovazione continui. La quiete spezzata. La terra che trema e si
spacca. Le grida e poi i canti di lode.
L’adolescenza distrutta come un palazzo dato alle fiamme.
Sai che niente potrà ridartela. Il vero miracolo è che tu riesca ad avere
ancora paura, anche se dura sempre di meno. Esiti, ma non ti sei ancora fermato.
Sai con certezza che non lo farai perché questo anno ti ha reso più sincero con
te stesso, e adesso hai il coraggio di ammettere che stai facendo tutto questo
unicamente per te stesso. Nessun interesse, nessun ideale. Solo il bisogno, che
ti torce le viscere, e ansimando ti costringe a muoverti ancora.
Non si torna indietro, lo sapevi benissimo.
Dici alla ragazza che hai colpito con la palla che la aspetterai fuori. Non
puoi dirle che ti dispiace. Non per la botta, per tutto il resto. Ti dispiace,
ma anche questa volta decidi di continuare. Non puoi fare altrimenti. Hai
rinunciato a scegliere da molto tempo, ormai.
Prima di andartene dai una rapida occhiata all’infermeria sterile e bianca.
E’ identica a tutte le altre. Le scuole, gli studenti, le ragazze colpite con
una palla da baseball.
Una replica, hai detto.
Non si torna indietro.
…lo sapevi benissimo.
Così ti chiudi la porta alle spalle, ma come una lucida, spaventosa visione,
una ragazzina bionda disegna tranquilla, seduta composta e diritta su una delle
seggiole in corridoio.
Sembra fragile, delicata, come una piantina cresciuta in un ripostiglio. Le
sue guance sono tinte appena da un rosa pallidissimo, puoi vedere il suo sangue
slavato, sotto la pelle trasparente, annacquato, come un acquerello troppo
diluito.
Riconosci i suoi occhi, quell’azzurro limpido e freddo, grandi come finestre,
ma sempre socchiuse, celate da pesanti drappeggi di seta. Il suo viso, quel
triangolino leggermente arrotondato, luminoso, come quello di una piccola
bambola francese.
Vedi il suo vestito bianco, leggero, intravedi controluce il suo corpo magro,
quasi privo di curve, il seno da bambina. Si lamentava sempre di sembrare più
piccola delle sue compagne. Era questo che la rendeva così carina, anche se non
era attraente. Non era pronta per esserlo. Non lo avrebbe sopportato, le avrebbe
fatto solo male.
Esiti ancora sulla visione, con gli occhi aperti, secchi, senza muoverti, per
non che scompaia. Ma poi non sai cosa sia, se un respiro, un battito di ciglia,
ma si destabilizza, vola via.
La ragazza bionda, però, è rimasta.
E’ vera, anche se lo sembra sempre meno, come se si stesse consumando davanti
a te.
I capelli le cadono lisci lungo una spalla solamente, e indossa collant color
panna che celano alla vista le gambe, sotto la gonna azzurra e cortissima della
divisa.
Alza gli occhi, e riconosci il suo sguardo, sempre sopito, tranquillo, forse
solamente un po’ inquieto, come se qualcosa nel mondo la lasciasse perplessa.
Riconosci anche il suo sorriso, così dolce.
…come può…?
…come può sorriderti ancora così…?
"Scusa…dentro c’è la dottoressa, vero?"
Poi ti rendi conto di doverti riprendere subito. Di dover accettare che il
sorriso sul suo volto perlato e cortese, educato, ma nulla di più. E’ la sua
voce che ti fa arrendere all’evidenza. E’ una voce tranquilla, ma che possiede
un timbro vagamente sensuale, quasi sconcertante su quell’aspetto timido e
prepubere. L’impressione è che lei provi a trattenerlo, come se ne fosse
imbarazzata, così le sue parole le echeggiano nella gola, smorzate.
Vorresti riprendere il controllo, sai che potresti. Basterebbe uno di quei
sorrisi che provi davanti allo specchio, la scioglieresti; il suo viso lontano
perderebbe la dignità del distacco, arrossirebbe, balbetterebbe, si renderebbe
ridicola, e allora tu saresti di nuovo al sicuro.
Ma non riesci a sorridere come dovresti.
Hai sempre fatto affidamento sul tuo sorriso per molte cose, sempre per
ottenere qualcosa, ma con lei non era mai servito. Il tuo sorriso non le
piaceva. Le sembrava vuoto, forzato, diceva addirittura che potevi deprimere una
persona nel suo massimo giorno di felicità, con uno di quegli orrendi sorrisi.
Ecco. Così sei più bello. La faccia crucciata e pensierosa è la faccia di
Riku.
E tu ti sei offeso da morire, perché lei era la sola a cui sorridevi
veramente.
"Sta visitando una ragazza."
"Poverina, si sente male?"
"Sta facendo una dieta. E io l’ho colpita con una palla da baseball."
"Un fuori campo?"
"Come hai fatto a indovinare?"
"E’ abbastanza ovvio. Le ragazze stanno lontane dal campo, quando i ragazzi
giocano."
"…hai ragione."
La ragazza fa un sorriso piccino, ma soddisfatto, e torna a disegnare. Non
usa una matita, o un carboncino, ma un semplice pastello azzurro.
"Riesci a cancellare, con quello?"
"Non cancello."
"Ti riesce tutto al primo colpo?"
"No, purtroppo."
"Allora come mai?"
"Gli errori sono una punizione. Un’annotazione della debolezza e
dell’incapacità. Non vanno cancellati."
La guardi attonito e poi cerchi di ridere. "Sono solo disegni."
"Riflettono la realtà."
"Distorta."
"Ma pur sempre la realtà." alza lo sguardo e ti sorride, come per dirti che
non riuscirai a spuntarla, ma non è sfacciata. Ti senti quasi bene al pensiero
che abbia ragione, non la spunterai.
Eri sempre troppo debole, con lei.
"Sei severa, con te stessa."
"Tu no?"
"A volte."
"Mi sembri una persona severa."
"Come ti ho detto, a volte lo sono."
"Anche con gli altri?"
"Soprattutto con gli altri."
"Allora devi essere molto di più che severo con te stesso. Devi essere
cattivo."
Ti sta guardando, ma davanti ai suoi occhi è come se non esistessi. Non ti
senti riflesso, nemmeno notato. E’ come lo sguardo di un fantasma.
"…tu credi che io sia cattivo?"
La porta dell’infermeria si apre, e insieme alla dottoressa esce la ragazza
che hai colpito con la palla. Ha una benda sul lato della fronte e un
espressione un po’ seccata. Torni a guardare la ragazza dal viso piatto e
bellissimo, sulle cui labbra si è dipinta una piccola ‘o’.
"Kairi!" dice "Allora è te che ha colpito?"
Yoshizuki si gratta la benda e chiede se la voce si è già diffusa. La ragazza
bionda sorride leggermente, ma in modo quasi complice, come se se condivideste
un segreto. E’ così, tu lo sai…ma ti sconvolge che lo sappia anche lei.
"Me l’ha detto questo ragazzo."
"Ah!" finge di sbuffare "Così vai in giro a raccontare a tutti la mia figura
da scema, è così?"
E capisci che è il momento di tornare il Riku che devi essere affinché gli
altri ti amino.
Il Riku che a lei non piaceva affatto, dal quale le avevi promesso di
sbarazzarti, e che per ironia della sorte adesso ti sta addosso al punto che a
volte non capisci dove finisca lui e cominci invece tu.
Lo shojo manga. L’esasperazione della favola. Il sempai troppo bello per
essere vero.
Riku Natsume. La bugia a cui tutti vogliono credere.
Ma mentre fai il tuo mezzo sorriso e chiedi perdono, capisci che comunque
vada quella quieta biondina con l’acqua negli occhi ti ha smascherato. Ti
dispiace, perché sai che se dovessi rivederla ti sentiresti in colpa.
E Dio, vuoi rivederla.
"Stai tranquillo, tanto a lei racconto tutto. Vi siete già presentati?" non
aspetta la risposta, come se conoscendo la sua amica l’avesse già dedotta
"Naminé Yamaguchi. E’ quasi come una sorella, per me."
Naminé.
Un suono flautato, arioso, rinfrescante sulle labbra come acqua, ma che
scivola asciutto tra le dita come sabbia. E’ intrigante, ti fa venire voglia di
pronunciarlo, come una formula magica.
Naminé…
"Riku Natsume."
"Certo, lo sapevo." risponde senza civetteria, ma senza nemmeno un po’ di
interesse. Ti affligge non avere nessun potere su di lei. Potresti fare sorrisi
sexy fino a procurarti i crampi, e Naminé continuerebbe a guardarti con quegli
occhi indolenti da Madonna.
E poi, in un attimo, ti rendi conto che lei sa.
Ha visto tutto. Ha guardato dentro di te, e ha capito benissimo quello che
sei.
Un mostro.
Poi la dottoressa dice: "Vieni, Yamaguchi."
Naminé si alza e stringe l’album da disegno al petto, inchinandosi per
salutarvi, ma senza dire una parola. La osservi finché la porta dell’infermeria
non si chiude, ed è come se portasse via con se la luce.
E’ di nuovo tutto buio, adesso.
"Non sta bene?"
"Naminé viene sempre a prendere le sue medicine, a quest’ora."
La guardi, sperando che non colga troppa della tua curiosità. "E’ malata?"
"Non mi è mai stato molto chiaro, anche se me l’ha spiegato diverse volte…so
che il suo sangue è povero di tutto, e che non assimila bene il cibo. E’ sempre
debolissima…" si ferma un attimo, poi ti guarda con un’espressione severa "Non
provare a dirle che ti ho raccontato i fatti suoi, sai? C’è già suo fratello che
non riesce a tenere la bocca chiusa, se mi ci metto anch’io raccoglie le forze e
ci uccide tutti e due!"
"Ha un fratello?"
"Due."
Vorresti continuare, ma ti fermi. Parlare con una ragazza di un’altra è un
passo falso, specialmente se una delle ragazze in questione è quella che hai
colpito con la palla da baseball. Per un attimo vorresti aver colpito Naminé, ma
sei felice di non averlo fatto, le avresti fatto troppo male. Chissà quanti anni
ha. Sembra più piccola di voi, ma in lei c’è qualcosa di stranamente adulto,
come in una ninfa. Indossava una divisa delle classi inferiori, ora che ci
pensi. Farà le medie…?
…basta. Yoshizuki è la soluzione ideale. Sembra in salute, tranquilla e
dolce, ma abbastanza alla mano. Molto carina, ma non appariscente. Con una
ragazza del genere, le cose saranno estremamente facili. Potresti anche non
odiarla.
"Yoshizuki?"
"Sì?"
"Scusa se te lo chiedo così, ma usciresti con me?"
Lei ci pensa. E’ la prima ragazza che ci pensa.
Per un attimo sei indeciso sul da farsi e stai per attaccare con la solita
solfa, che sono due settimane che sei lì e non hai ancora fatto niente, non sai
nemmeno da che parte girarti e tutto il resto, ma lei ti anticipa con un sorriso
genuino: "Ok, ti farò da guida e tutto il resto, ma in cambio dovrai offrirmi
una mega fetta di torta."
"Una torta? Hai rinunciato alla tua inutile e stupida dieta, quindi?"
"Era una battaglia persa in partenza, stavo già pensando di prendermi un
gelato tornando a casa."
E’ strano che lo ammetta. Ti diverte e le sorridi, un po’ più sincero del
solito. Poi uscite.
All’aperto le chiedi se si sente meglio.
"Sì, la dottoressa mi ha dato un integratore e mi ha fatto mangiare una
merendina. Che figura tremenda…"
"Ma figurati. Piuttosto, scusami ancora."
"Fa niente, ti dico!" sorride apertamente, poi indica le ragazze, che sono
sedute ai bordi del campo "Raggiungo gli altri. Se stiamo da soli per troppo
tempo, cominceranno a spettegolare."
Fai un mezzo sorriso, e avvicinandoti appena di un passo domandi: "E sarebbe
un problema?"
Non è una domanda seria, ma lei ci pensa bene prima di rispondere. "No.
Nessun problema."
"Facciamo per domenica?"
"Perfetto."
"Assolutamente perfetto."
Poi chiudi gli occhi, solo per un attimo, come per mettere il punto
all’inutile introduzione trascinata fino adesso, e sai di essere pronto.
Ricomincia da qui. Non si può tornare indietro.
Lo sapevi.
…lo sapevi benissimo.
"Yoshizuki?"
"E’ solo Kairi, ok?"
"Kairi."
Ti sorride e annuisce. E’ la prima ragazza che chiami per nome da tantissimo
tempo. Una volta eri completamente dentro a queste cose, ma adesso…sono solo
stronzate.
Patetiche…rivoltanti stronzate.
"Sai dove posso trovare un tipo che si fa chiamare Axel?"
Lei ride. Poi ti guarda divertita, come se avessi fatto una domanda assurda.
"Non c’è nessuno che non lo sappia."
Una replica, ti ripeti. Conosci la parte, ripetila.
Non esitare. Potrebbe ucciderti.
---
"Bene. Bene."
Kairi sospirò pesantemente e si girò, per niente sorpresa. Sora uscì da
dietro all’albero tipo cattivo da vecchio noir, con le mani in tasca e lo
sguardo truce. Aveva corso il più veloce possibile, suonata la campanella, per
fare lo slalom tra tutti gli studenti che uscivano imbufaliti e appostarsi lì
dietro.
"E così ci facciamo portare in infermeria da tutti quelli che ci tirano una
palla da baseball in fronte."
"Non è una cosa che capita poi tanto spesso, non credi?"
"Dettagli!" puntò i piedi, e perse tutto il minimo di dignità che si era
imposto di trattenere "Non puoi farti portare in infermeria dal primo che
passa!"
"Mi ha colpito lui, da chi dovevo farmi portare?"
"Da me!" si indicò, come se ci fossero stati altri me in zona,
"Ci ho messo un’ora per convincerti! Un’ora! E appena quello ti ha fatto
vedere le spalle non hai capito più niente e l’hai seguito subito!"
"Me l’hai chiesto per cinque minuti, cinque. La tua visione del tempo
è distorta, Sora!"
"Allora ho contato male e sulla schiena di quel tizio ci sei salita in dieci
secondi anziché in dieci, ma ci sei comunque salita subito! "
"Certo che sì, non stavo bene! Ma tu sai quanto pesa una palla da baseball?!"
"E lanciata da Io Ho I Capelli Fighi deve essere ancora peggio!"
"Ah, quindi è questo il problema!"
"Quale?"
"Questo!"
"Il problema è che tu te ne vai in giro sulla schiena del primo che passa
come se niente fosse!"
Kairi si sbatté forte le mani contro le cosce nude: "Oh mio Dio, Sora! E’
davvero un tale problema?!"
"Certo che lo è!"
"Che cosa diavolo dovevo fare, sentiamo, stramazzare a terra e aspettare che
tu vedessi la porta a due metri da te?!"
…c’era una porta…?
"Te ne stavi lì a fare la scimmia! Scusa se mi sono fatta salvare la vita da
un ragazzo un po’ più sveglio di te!"
"Un bel ragazzo!" precisò, come se fosse un’accusa.
"Non ho detto questo, e comunque che importanza ha?"
"Ce l’ha eccome! Se fosse stato uno brutto non ti saresti fiondata sulla sua
schiena come una medusa!"
"Non ci ho fatto nemmeno caso, santo cielo!"
"Certo, come no!"
"Sora, smettila, non mi reggevo in piedi, sarei salita sulla schiena di
chiunque!"
"Ma ti ha fatto piacere che fosse la sua!"
"Mi sa che tu l’hai guardato molto meglio di me, sai?!"
Lui si tirò indietro: "Che cosa vorresti insinuare?!"
"Non sono affari tuoi da chi mi faccio portare in infermeria, e per dirla
tutta non sono affari tuoi da chi mi faccio portare in qualsiasi altro posto!
Non hai il diritto di farmi queste scenate, va bene?!"
"Ma che cosa ti credi, che sono geloso?!" sbottò, esattamente col tono di chi
è geloso "Sai che mi importa di con chi te ne vai in giro, io lo dico per te e
per la figura che ci fai!"
"Ossia?"
"Di quella che le fai un sorriso e ti sale sulla schiena!"
Lei spalancò gli occhi, scandalizzata: "Che COSA?!"
Roxas, che se ne stava seduto tranquillo sul muretto a mangiare un
ghiacciolo, parlò per la prima volta dall’inizio del siparietto e spiegò: "Le
hai dato della puttana."
Sora lo guardò, sconvolto, e Naminé, al suo fianco, annuì: "Se fossi in te
chiederei scusa."
Prima che potesse raccapezzarsi, Kairi stoccò un "vai al diavolo, Sora" e
cominciò ad allontanarsi a passo sicuro. Sora le corse dietro, e Roxas e Naminé
scesero con calma dal muretto. Non era la prima volta che assistevano a certe
scene, e non avevano mai manifestato il benché minimo interesse a riguardo. Per
essere precisi, difficilmente ne manifestavano per qualcosa.
Sora bloccò il passaggio a Kairi e le disse: "Guarda che tu non lo sai a cosa
pensano gli uomini in queste situazioni!"
"Ah, e lo sai tu che cosa pensano gli uomini?" domandò stizzita, come
se volesse a tutti i costi offenderlo.
Quando Sora capì che cosa voleva dire, effettivamente, si offese.
"Certo che lo so!"
"Ah, sì? Che strano, non sembra. Non sembra affatto."
"Mi stai accusando? Non puoi accusarmi, ero io che stavo accusando te!"
"Non è mica un gioco di ruolo, So…" osservò Roxas, poi sbuffò "Possiamo
cominciare ad avviarci?"
"No, aspettate, ho quasi finito" ordinò, cosa che fece scattare Kairi "Che
cos’è che avresti finito?"
"Stavo solo cercando di darti un consiglio, ma se non lo apprezzi sono affari
tuoi!"
"Il tuo consiglio è di stare lontana da tutti i ragazzi? Grazie! Che
consiglio disinteressato!"
"Che cosa vorresti dire?"
"Che sei geloso perché un bel ragazzo è stato gentile con me."
"AH!" la puntò ferocemente col dito "Bel ragazzo!"
"Va bene, è un bel ragazzo, anzi, è un bellissimo ragazzo!"
AH! AAH! AAAAAAH!
"AAAAH!"
"Smettila, ti stai rendendo ridicolo!"
"Ah, sì?!"
"Sì!"
"Mettiamola ai voti!" si girò verso Roxas e Naminé "Chi pensa che io sia
ridicolo?"
Entrambi alzarono la mano. Lui piagnucolò e abbassò mestamente la testa. Che
stupido a metterla ai voti…si scosse e capì che non c’era nessuno a
testimoniare, quindi voti o non voti non era stato ancora ufficializzato che
fosse ridicolo, per tanto poteva continuare ad esserlo.
(sì, secondo lui questo aveva senso)
"E che cosa pensi di fare con quel bellissimo ragazzo?"
"Beh, se proprio vuoi saperlo ci uscirò domenica pomeriggio."
Sora la fissò attonito, e dopo un lungo silenzio decretò, senza nessun
intento di cattiveria: "Tu sei pazza."
Kairi ribollì e lo colpì con la cartella.
"Non si esce col primo che ti tira una palla in testa, non è logico!"
"E che cosa è logico, Sora? Scappare quando una ragazza cerca di baciarti è
logico?"
"AAAH!" ricominciò a strillare, indicandola ancora "Avevamo detto di non
parlare mai più del giorno che verrà da tutti ricordato come La Tragedia!"
"Viene ricordato solo da te come La Tragedia, e smettila di chiamarlo
con questo nome ridicolo!"
"Avevamo promesso!"
"Hai dodici anni?!"
"Avevamo promesso coi mignoli!"
"Oh-mio-Dio." sillabò, poi fece segno di fermarsi con le mani, si zittì e lo
dribblò, senza aggiungere altro.
Sora mise il muso e incrociò le braccia sul petto, forse sperando di
convincere i passanti che fosse lui quello solido e deciso che l’aveva mandata
via. Per rafforzare l’idea, gridò: "Vai, vai, sei solo una stupida!"
In risposta, la cartella di Kairi gli arrivò in faccia. Naminé la guardò e
disse: "Dovrò riportargliela oggi pomeriggio, suppongo."
"Adesso possiamo andare a casa?" domandò Roxas, buttando il bastoncino del
ghiacciolo per terra. Sora, con la faccia bruciante e l’orgoglio in pezzi, sentì
i suoi fratelli afferrarlo per le braccia e trascinarlo via.