-Premesse e ringraziamenti-
Riku è il mio personaggio preferito, chi mi conosce lo sa benissimo (credo di aver rotto a chiunque parlandone ^^). Perciò ho deciso che la mia prima fanfiction su KH doveva essere su Riku.
Il titolo, Ulisse, e la citazione iniziale sono collegati ad un lavoro che sto facendo a scuola sugli autori che hanno trattato questo personaggio (Ulisse, non Riku, purtroppo) e come lo hanno visto. Per questo, il mio primo ringraziamento va alla mia proffa di italiano, IIB del Liceo Classico Pansini di Napoli (non scrivo il suo nome perché secondo mia madre avrei dovuto chiederle l'autorizzazione, prima... idee assurde di mia madre -.-). Il mio secondo ringraziamento è alla mia amica Sara (iscritta a questo sito col nick Esse) per avermi telefonato tutti i giorni a spese sue per sentirmi delirare su Riku (ma un tipo così ispira delirio! Riku, ti amo^^!). L'ultimo ringraziamento è a chiunque di voi leggerà, apprezzerà (e non ripeterà la battuta patetica di mio fratello su Dante che si rivolta nella tomba -.-) e commenterà.
Ok, ora vi lascio alla lettura ^^
"Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza."
Dante, Inferno XXVI v. 118-120
Sabbia bianca.
Palme da cocco.
Mare.
Mare cristallino, mare vivo...
Mare immenso.
Un paradiso, per alcuni.
Per lui, una prigione di fredda pietra.
Quindici anni.
Solo un bambino avrebbe detto qualcuno.
Ma Riku non era un bambino, non lo era mai stato.
Era di quelle persone che non sono mai veramente bambine, e nascono già adulte, con idee adulte, ragionamenti adulti...
E quella sabbia, quelle palme, quell'infinito mare erano la sua gabbia, le sue catene.
Conoscere.
La libertà della prigionia, il viaggio nell'ignoto.
Conoscere.
Non era semplice curiosità, era desiderio.
Conoscere.
Di più, di più.
Ciò che aveva non gli bastava.
Un piccolo angolo di un universo infinito... quanto può valere?
Insoddisfazione.
Via, via, di là del mare, libero.
Capelli chiari, sottili, occhi verdi, brillavano, lo avevano spesso paragonato ad un angelo.
Ma le sue ali, le ali per volare, le ali per fuggire, per portare il suo corpo dove il suo cuore gridava, dov'erano?
Legate, trafitte, tagliate.
E lui era lì.
Prigioniero.
No, non era un bambino.
Il mare bagnava lentamente la spiaggia.
Si ritraeva.
Tornava a bagnarla.
E ancora.
No, no, lui voleva di più, non quel misero ciclo tranquillo, non quel vento leggero tra le palme, non quella luce, il sole, la sabbia, luce, luce...
Chiuse gli occhi.
Buio.
Nero.
No.
Rosso.
La luce si insinuava tra le palpebre chiuse, illumindole in trasparenza.
Rosso.
Faceva male.
Troppa luce.
Nessuna via di fuga.
Aprì gli occhi.
Un'isola calma, tranquilla, ridente, luminosa.
No, non era per lui.
Lasciarla.
L'unica meta.
Via.
Le tavole erano inchiodate, la vela era fissata, le provviste - non sarebbero bastate - caricate - nemmeno servite.
Un giorno.
Poche ore.
Libertà...
No, solo l'illusione.
Perché una zattera non è una nave, e due bambini non sono un equipaggio.
Bambini.
Sì, loro erano bambini, sì.
Era solo curiosità.
Il ritorno importante quanto la partenza.
L'illusione della libertà, ma solo perché permetteva di tornare.
Bambini.
Probabilmente sarebbe dovuto andare da solo.
Ma tanto, la zattera sarebbe tornata a riva.
E allora perché partire?
Quindici anni.
In fondo, un bambino.
L'illusione.
Un breve volo, ma pur sempre un volo.
L'illusione.
Guardare quella sabbia, quelle palme da lontano.
Sentirsi forte, potente, anche solo per poco.
La luce calava.
Il tramonto tingeva di rosso l'orizzonte.
Rosso.
Arancio.
Caldo.
E poi, buio.
La notte era meno opprimente.
Meno luce.
La calma, ora, era silenzio.
Poche ore.
E poi...
Di nuovo a desiderare.
Attesa, nel buio.
E poi...
La calma interrotta, paura, eccitazione, uno squarcio nel cielo.
Cos'è?
Ancora, sempre voglia di conoscere.
Un passo.
Un altro.
Nessuna paura.
Desiderio.
Lo squarcio si allargava, i apriva.
Lo chiamava.
La porta per il mondo esterno.
Per l'ignoto.
Per la libertà.
Le sue ali.
Il suo volo.
Folle volo.