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Il mio Maestro ~ By Ayame
Final Fantasy VII - PG-13 - Sentimentale + Azione/Avventura - Pubblicato: 3/12/06 - Aggiornato: 6/3/12
ID Fanfiction: 1113 - Commenti: 32
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Il mio nome è Yuri e diventerò una guerriera! Il mio maestro... ma cominciamo dall'inizio!

 

01. Prologo

 

Era il centesimo anniversario della caduta della Meteor invocata dal demone albino, come veniva ormai chiamato. Sephiroth.

Odiavo partecipare ai festeggiamenti, e a quel tempo non credevo che la storia potesse ancora influenzare la vita delle persone, tanto meno la mia.

Forse voi siete degli esperti conoscitori della storia di quel periodo, la dittatura di Migdar, la Shinra e tutto quel che viene citato nei libri.

In questo caso vi domanderete quel'è il mio villaggio... Forse quello stesso villaggio che aveva visto l'infanzia di alcuni degli eroi che sconfissero Sephiroth, il luogo dove ebbe inizio tutto?

No, mi dispiace deludere le vostre aspettative.

Forse credete di stare per leggere una storia fantastica, creata da me con il solo scopo di divertirmi, ma non è così.

In quest'avventura ho sofferto molto, ho gioito, ho pianto. Ho provato paura, odio, rabbia, gioia, felicità e ogni altro sentimento vi possa venire in mente, ci sono stati anche momenti in cui mi sono divertita, ma ho sofferto molto, e vorrei che lo teneste bene a mente.

 

Il nome con cui veniva chiamato il mio villaggio era Nacom.

Piccolo e insignificante, un po' come me.

Sorgeva poco distante dalle rovine di Midgar. La città non era mai stata ricostruita e costituiva solo un misero ammasso di macerie.

Mi trovavo nella mia camera, sola e annoiata.

"Bisogna rispettare le tradizioni!" sentivo ancora gli echi dell'ultima discussione con mia madre.

- Certo! Noi siamo le tradizioni! - sbuffai osservandomi allo specchio. Cercavo invano da quasi un'ora di acconciarmi decentemente i capelli in una crocchia, ma questi continuavano ostinati a cadermi sulle spalle.

- Ah! - gridai alla fine lanciando lontano il fermaglio a forma di giglio. Alla fine mi arresi e lasciai i capelli sciolti sulla schiena. Neri, lunghi, lisci e...perfettamente monotoni!

Avrei tanto voluto avere la chioma di fiamma di mia madre. Lei sì che sarebbe figurata alla festa! Chissà io, invece, da chi avevo preso...

Mi lasciai cadere pesantemente su uno sgabello. Ma cosa mi ostinavo a fare? La odiavo pure, quella festa... E odiavo il kimono.

Cioè...lo ritenevo uno degli abiti più belli del mondo, con i loro raffinati decori e l'elegante forma... questo finché non ero io quella costretta a indossarlo. Oltre a sentirmi legata in una camicia di forza, sembravo un'abat-jour fatta male.

Non che fosse una novità... avevo un corpo da maschio, un atteggiamento da maschio, un modo di pensare da maschio... perché mai il modo di muovermi non sarebbe dovuto essere quello di un ragazzo?

Inevitabile tra l'altro, essendo cresciuta in una famiglia con otto figli, di cui ero l'unica ragazza!

Sentii scoppiare il primo fuoco d'artificio, dopo un lungo fischio.

Mi affacciai alla finestra e osservai per un istante il cielo venire illuminato da tutti i colori che conoscevo. Era uno spettacolo fantastico...

E sarebbero stati tutti impegnati a guardarlo! Di certo nessuno si sarebbe accorto se mancava una singola ragazza.

Uscii lentamente dalla camera e sgusciai di soppiatto sul retro, senza che nessuno mi vedesse.

Dove potevo andare, aspettando che la festa finisse?

Non so bene cosa mi spinse in quella direzione.

Chissà, forse un presentimento. Il destino o il caso...o forse era più semplicemente l'Inevitabile.

Fatto sta che mi avventurai per un sentiero che, sapevo benissimo, conduceva tra i monti.

Alla mia destra si alzava la parete rocciosa e alla sinistra c'era uno strapiombo da cui potevo avere una perfetta veduta aerea del mio villaggio.

Forse per il buio, perché non prestavo attenzione o perché doveva semplicemente accadere, riuscii a smarrirmi per quei sentieri che percorrevo ogni giorno da quando avevo cominciato a camminare.

Non ho mai raccontato a nessun altro la storia di quel giorno, perciò ripensandoci provo ancora abbastanza imbarazzo per alcune cose che sono successe.

A tratti riuscivo ancora a sentire la festa, la musica e i fuochi d'artificio, ma in quel reticolo infinito di sentieri che iniziavano e finivano in vicoli cechi cominciavo a perdere la speranza.

Vagai per diverse ore, alla fine ero esausta.

Il mio abito era logoro e strappato in più punti, i capelli pieni di rami e polvere e gli scomodi zoccoli di legno abbandonati già da tempo: mi avevano ricoperto i piedi di vesciche.

Sconsolata appoggiai la schiena al tronco di un albero e alzai lo sguardo verso il cielo. Dal punto in cui mi trovavo non riuscivo più a scorgere i fuochi d'artificio.

- Così imparo a fare sempre di testa mia! - mugugnai chiedendomi cosa fare.

Ormai era notte fonda e la luna formava un cerchio perfetto nel cielo.

Sarebbe stato impossibile tornare al villaggio, avrei corso il rischio di smarrirmi ancora di più, e magari cadere in un fosso, o comunque ferirmi.

Sì, senza dubbio la miglior cosa da fare era trovare un rifugio per la notte e aspettare che facesse luce.

Stranamente non conoscevo il luogo dove ero giunta, non assomigliava a nessuna delle radure dove spesso avevo giocato con i miei fratelli. Mi guardai intorno irrequieta.

Non riuscivo a vedere quassi niente, i miei non erano mica gli occhi di un gatto!

Dopo un po' di tempo però scorsi, poco lontano, una specie di sperone di roccia che offriva un ottimo riparo. Senza indugiare oltre corsi in quella direzione, provocandomi nuovi tagli e ferite.

- Maledizione... - sussurrai rannicchiandomi là sotto. Stava anche cominciando a piovere.

Avrebbero interrotto i festeggiamenti per questo? I fuochi d'artificio venivano ancora lanciati nel cielo, da dove mi trovavo riuscivo a vederli bene.

All'inizio continuai a osservali attraverso le fronde degli alberi, poi decisi di riposare e, tastando con le mani, cercai di portarmi più sotto la roccia, in un punto più riparato.

Inaspettatamente le mie dita sfiorarono qualcosa di diverso dalla fredda terra e le roccie: era qualcosa di morbido e caldo. Qualcosa di vivo...

Balzai in piedi con un urlo, sbattendo la testa contro la pietra, ferendomi.

Ignorai il sangue che mi colava caldo dalla ferita sulla fronte e strisciai velocemente via. Lontano dal punto in cui mi trovavo fino a un secondo prima.

In quel momento avevo di certo molte alternative ma la mia mente si fermò alla prima: la fuga.

Correndo a piedi scalzi, in un bosco, durante una tempesta , non posso dire di aver vissuto un'esperienza gradevole. Scivolai diverse volte bagnandomi dalla testa ai piedi e ricoprendomi interamente di fango.

Cos'era quella cosa laggiù?

In realtà il mio comportamento era stato un po' esagerato.

Me ne resi conto solo dopo essermi calmata presso una sorgente.

Mi inginocchiai a terra, vicino alla pozza d'acqua limbida che si era venuta a formare e cominciai lentamente a pulirmi. Nel breve tempo in cui ero fuggita il sangue si era magicamente rattrappito, mescolandosi al fango e incollandosi ai capelli.

- Maledizione - ripetei per la seconda volta quella notte.

Nonostante tutto non sapevo bene cosa fare. Ero troppo agitata per pensare in maniera razionale.

Certo, tutto poteva essere stato un falso allarme... come poteva non esserlo! Chi mi poteva assicurare che la cosa che avevo sfiorato non fosse una volpe, per esempio, o peggio, un mostro?

Mi costrinsi a calmarmi, almeno in parte. Rallentai il respiro e tocciai la testa nell'acqua gelida. Il gesto mi aiutò a schiarire un po' le idee, almeno in parte.

Probabilmente la cosa che avevo sfiorato a quell'ora doveva già essersi allontanata e io potevo tranquillamente tornare a ripararmi sotto la roccia.

In realtà questo ragionamento l'ho fatto solo col senno di poi. Credo di aver avuto in testa due soli concetti, quella notte: il primo era che quello sperone di roccia era il migliore dove trascorrere la notte.

Il secondo, il quale probabilmente è anche il fattore determinante che mi spinse a ripercorrere i miei passi, era che ero incredibilmente curiosa.

Curiosa di scoprire di chi, o cosa, avevo avuto paura.

Così feci ritorno.

 

Sembrava tutto tranquillo, da quando ero scappata non era cambiato nulla.

Sempre sul chi vive, mi accovacciai silenziosamente a terra scrutando intimorita nell'ombra del piccolo rifugio. Probabilmente mi aspettavo che una belva mi saltasse alla gola...

Dal principio non scorsi nulla.

Solo in un secondo momento mi parve di scorgere un movimento.

Sobbalzai, pronta a darmi nuovamente alla fuga, ma non successe niente.

Non capivo, quindi frugai nelle numerose tasche interne del mio vestito ed estrassi fuori una scatoletta di fiammiferi.

Ne accesi uno e utilizzai la fievole luce della fiammella per rischiarare il buio e finalmente vidi.

Vidi lì, sdraiato a terra, un uomo addormentato, rivestito solamente di un paio di calzoni di pelle.

Riposava immobile sulla fredda terra.

Doveva essere stato lui quella cosa calda e liscia che avevo sfiorato prima, e che mi aveva tanto spaventato.

Che stupida! pensai, farsi spaventare da questo poverino.

Forse in un'altra situazione avrei cercato un altro luogo per riposare, o forse avrei addirittura tentato di ritrovare la strada di casa.

Molti in seguito mi dissero che qualunque scelta sarebbe stata meglio di quella che presi quel giorno: mi stesi accanto a lui e dopo pochi secondi mi addormentai.

Non sono d'accordo con tutte quelle persone che in seguito mi hanno biasimato o mi hanno additata come folle, credo che la mia vita iniziò solamente in quel momento, quando mi addormentai accanto a un angelo caduto vestito di nero.







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